Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Tuesday September 18th 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra

L’evento clou della politica targata Bavari nell’anno di grazia 2009 sono state le Primarie per l’elezione del segretario del Partito Democratico. Il PD ha avuto la chance di dimostrare di essere un partito radicalmente nuovo. L’ha avuta e l’ha sprecata. La novità era rappresentata da Dario Franceschini e più ancora da Ignazio Marino; l’uno espressione della cultura cristianosociale, l’altro prodotto del miglior pensiero liberalsocialista. Invece ha vinto Pierluigi Bersani, persona proba e preparata, ma legata a doppio filo al solito e stantio retaggio postcomunista durissimo a morire.
È paradossale – ma non troppo – che il grosso dell’elettorato democratico, coincidente, suppergiù, con il popolo diessino, abbia optato per un candidato (Bersani) che non godeva del sostegno del coordinatore del partito Roberto Gaione (schierato con la mozione Marino). Ancora una volta il pronunciamento della stragrande maggioranza dei votanti (a Bavari si è registrata la percentuale bulgara dell’80%!) è andato a premiare chi dava le maggiori garanzie di continuità rispetto alla linea evolutiva PCI-PDS-DS-PD. È lecito chiedersi – fatto salvo il massimo rispetto per le persone – quale funzione politica eserciti un leader locale di partito che stenta a persuadere i suoi iscritti della bontà delle proprie idee. Ci pare perciò che l’appassionato contributo intellettuale e operativo dato dal quarantenne Gaione non sia stato finora affatto valorizzato proprio da chi sarebbe invece tenuto a farlo. Un partito non può scegliere una nomenclatura giovane e poi essere governato da capibastoni in età pensionabile. Il rischio che corre è quello di condurre delle battaglie perennemente di retroguardia, in stretta analogia al conservatorismo sociale sbandierato dalla più grande confederazione sindacale italiana, la CGIL, un gigante da favola, magari buono come il pane,  ma irrealistico e un po’ ritardato. E non è certo un caso che la gran parte di chi si è recato alle urne il 25 ottobre avesse i capelli radi o bianchi e una carta d’identità anagraficamente impietosa.
Il PD di vallata ha un unico ed ultimo punto di forza: il radicamento territoriale. L’attivismo generoso e instancabile dell’ex segretario della Quercia Bruno Villa ha permesso fino a oggi al maggior partito della sinistra di conservare e in alcuni casi rafforzare le posizioni raggiunte in illo tempore dal PCI. È un fatto che una parte non insignificante di elettori già democristiani o laicosocialisti si siano orientati in questa direzione. Ma non è avvenuta quella contaminazione fruttuosa e virtuosa di culture e di valori che doveva costituire la principale dote del PD. Il quale, oggi, non è cosa diversa dal vecchio PCI con al seguito una manciata di indipendenti di sinistra di provenienza cattolica o laica. Un partito, per esempio, che metta il cappello e pianti la sua bandiera sull’associazionismo storicamente di sinistra, centellinando il dialogo con quei segmenti di società civile riconducibili ad altre matrici ideali, rivela limiti e pregiudizi inveterati e insuperati. Un Partito Democratico incapace o indisposto ad allargare la sfera della sua rappresentatività sociale si condanna all’opposizione sine die.

 
Se Sparta piange, Atene non ride. Il centrodestra locale rimane, in sostanza, latitante. Alle elezioni europee di giugno le forze di governo (PDL e Lega Nord), a Bavari, non sono riuscite ad andare oltre un complessivo 33%, dignitoso ma insufficiente. Benché il PD sia rimasto lontano dall’exploit della lista unitaria dell’Ulivo nel 2004 (50 virgola qualcosa per cento, peraltro bissato alle politiche del 2006 e del 2008), i cespugli della sinistra antagonista, laica e radicale hanno totalizzato circa il 10%, più o meno lo stesso risultato dell’IDV dipietrista. Ciò significa, da un lato, che il PD non è autosufficiente neanche dalle nostre parti e che deve necessariamente stringere – malvolentieri o meno – patti di desistenza con forze dal dna tutt’altro che riformista; e che l’armata berlusconiana è ben lungi dall’essersi accreditata come punto di riferimento per i moderati e per quel ceto medio produttivo fautore della “rivoluzione liberale”, da questa destra sempre promessa e mai realizzata. Quando il ministro Brunetta rivendica all’ex Polo delle Libertà la patente di vero centrosinistra italiano, non dice una corbelleria. Al netto delle masse postmissine e leghiste, il substrato di Forza Italia è proprio quel pentapartito socialdemocristiano e statalista che governò l’Italia tra gli anni ’60 e i primi anni ’90. Peccato che di quella coalizione FI abbia ereditato soltanto le seconde e terze linee, ossia i mediocri e gli avventurieri sempre pronti a mutar casacca a ogni stormir di fronda.
Il centrodestra manca, in vallata, di esponenti autorevoli e di strutture organizzate; un gap pesantissimo allorché si tratti di battere a tappeto il territorio alla conquista di consenso e di voti. È auspicabile che un militante pidiellino colto e intelligente come il bavarese Andrea Cevasco riesca a trasformare la sua piazzetta virtuale (vedi il blog www.andreacevasco.com) in una agorà reale, frequentata e propositiva, perché solo in questo modo, al momento, è possibile fare politica, rinfocolare la passione, stimolare l’impegno ed elaborare progetti interessanti e condivisi. La rete telematica non basta. Occorre guardarsi negli occhi, rimboccarsi le maniche e impolverarsi le mani. Un consiglio che diamo senza saccenteria, nella speranza che finalmente il dibattito politico torni a risvegliare le migliori energie civiche e culturali della nostra comunità.

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