Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Thursday September 20th 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Filippo Malaponte, storia di un uomo giusto, forte, libero

Nessun anniversario, nessuna data ben tornita. Nato nel 1937, morì diciassette anni fa, nella primavera del ’93. E però mi sembra quanto mai opportuno approfittare della nuova edizione cartacea de Il Drago Buono per ricordare (etimologicamente, “riportare al cuore”) Filippo Malaponte, «il dottore che visse due volte», come recita il titolo di una plaquette biografica pubblicata giusto una decina di anni or sono.

È una fortuna che a Bavari tanto la sala polivalente del Circolo Acli S. Giorgio, quanto il centro culturale situato nella stessa associazione, portino il suo nome. Altrimenti, come già accaduto per altri, il ricordo dell’uomo sarebbe ormai così sbiadito da apparire irriconoscibile. Tolti i giovani attori della compagnia teatrale “Ragazzi di Bavari”, che, per commemorarlo, ne rappresentarono una divertente commedia nell’ormai lontano maggio 1998, che ha fatto in seguito la nostra comunità per tramandarne memoria? Nell’anno di grazia 2010, che ne sanno, di questo personaggio, i diciottenni bavaresi, che all’epoca della sua dipartita ancora grondavano di latte dalla bocca? Che ne sanno i loro fratelli maggiori, all’epoca niente più che scolaretti alle prese con i primi rudimenti di italiano e aritmetica?

E allora parliamone.

Filippo Malaponte nacque a Genova nel 1937. I genitori, Vito Malaponte e Immacolata Maria Genovino, due giovani immigrati meridionali, si erano trasferiti al nord in cerca di miglior fortuna. Il piccolo Malaponte manifestò ben presto una spiccata attitudine allo studio e un precoce talento per la musica e il canto. Conseguita la maturità scientifica, decise di iscriversi a Medicina: il suo sogno era di curare gli ammalati. Nel frattempo, anche per mantenersi agli studi senza gravare sulle limitate risorse della famiglia (il padre era autoferrotranviere, la madre erbivendola), con un complessino formato da amici, teneva concerti esibendosi come tenore dilettante.

Il giovane Malaponte, tuttavia, aveva un cruccio. Si riteneva troppo corpulento e poco piacente. Giudicò dunque opportuno fare ricorso a una dieta ferrea, che gli consentisse di perdere peso e di sentirsi così maggiormente a suo agio in società. L’organismo del ragazzo ne risultò indebolito. Cominciò ad accusare difficoltà di movimento e di deambulazione. Si sottopose ad alcuni esami specialistici, il cui responso fu crudo: sclerosi multipla. Una malattia che ancora oggi lascia poche speranze di guarigione. Men che meno in quel 1960 in cui si trovava a vivere il ventitreenne Filippo Malaponte. Non fu forse quella dieta la vera causa scatenante del male, ma di sicuro ne accelerò la manifestazione.

Immaginiamo a stento il dramma umano di un giovane e promettente studente di mezzo secolo fa (per di più con una non immeritata fama di bon vivant), il quale, nel giro di appena qualche mese, assiste – impotente e disperato – al naufragio di tutti i suoi sogni di gloria. Si sa, a vent’anni si è arciconvinti di avere il mondo ai propri piedi. Una cappa di nerissima depressione gli obnubilò a lungo la mente e il cuore; a tutto gli toccò rinunciare: alla carriera professionale, non potendo proseguire il percorso accademico; al legame con Laura, la ragazza di cui era innamorato; addirittura alla vita di città, ormai impossibile, troppo caotica e disagevole per un uomo incapace di camminare con le proprie gambe. Immaginiamo a stento l’umiliazione quotidiana di un giovane nel fiore degli anni costretto a dipendere da altri – genitori, infermieri, assistenti – persino per provvedere all’igiene personale.

Vito e Maria deliberarono di trasferirsi a Bavari, nella frazione di Montelungo, dove con i risparmi di una vita acquistarono un villino. Gli abitanti li accolsero con molta benevolenza: la signora Maria ricordò sempre con animo grato l’accoglienza ricevuta dai montelunghini e la simpatia che dimostrarono loro. Filippo Malaponte, a poco a poco, guarì dalla depressione. Prese a interessarsi di letteratura; strinse amicizia con il medico condotto Luigi Raschi e con l’arciprete don Guglielmo Grosso, che lo gratificavano di frequenti visite e confortanti colloqui. Nel frattempo, la reazione psicologica di cui fu capace lo indussero a riprendere gli studi interrotti, pur effettuando il passaggio dalla facoltà di Medicina a quella di Biologia; gli esami già sostenuti erano compatibili con il nuovo piano di studi e gli vennero accreditati; e, a differenza di medicina, i corsi di biologia non richiedevano l’obbligo di frequenza. Nel 1971 Filippo ottenne il meritato diploma di laurea. Il suo interesse per le discipline scientifiche era vivissimo; le sue conoscenze molto solide (la malattia non attenuò la sua applicazione nello studio), tanto che spesso ebbe a dare lezioni private, senza peraltro chiedere un soldo in cambio, per il puro piacere di aiutare gli studenti in difficoltà.

Collaterale alla sua passione scientifica fu quella per le belle lettere, in particolare per il genere teatrale. Scrisse numerose commedie di tipo brillante, una delle quali, “Signori… il Marchese!”, ambientata nella temperie culturale della contestazione studentesca a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, messa in scena con successo dalla compagnia diretta da Vito Elio Petrucci. Altri copioni furono rappresentati anche nello stesso Bavari, presso l’ex cinema parrocchiale in gestione alla allora Società Cattolica S. Giorgio. Si dedicò inoltre alla narrativa e alla poesia: di lui ci restano un romanzo breve (“Una vita spezzata”) e diverse raccolte di liriche. L’attività letteraria fu per lui evasione e sfogo, palpabile è il sincero sentimento autobiografico che la anima; ciò nondimeno, ha rilievo, nella sua produzione, anche l’impegno più squisitamente sociale. A suggello dell’originalità e pregnanza del suo genio letterario, la cospicua messe di premi e riconoscimenti ricevuti.

Ma per Malaponte la cultura non fu un hortus clausus, un buen ritiro nel quale isolarsi da un mondo esteriore che, fondamentalmente, poteva apparire ostile e incomunicabile. Amò sempre il contatto diretto con le persone, gradiva circondarsi di amici e conversare lungamente. Incoraggiò strenuamente la ricerca scientifica; fu tra i fondatori liguri dell’A.I.S.M., Associazione italiana sclerosi multipla; seguì con apprezzamento e favore la crescita e lo sviluppo della Pubblica Assistenza Croce Azzurra di Bavari.

In ultima analisi, un uomo immobilizzato nel corpo, ma liberissimo quanto allo spirito. Un uomo che anche un paese sempre più cinico e disincantato come Bavari farebbe bene a non dimenticare.

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