Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Tuesday July 17th 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

«Noi portiamo in tutta la Diocesi la ricchezza del nostro carisma mariano»

INTERVISTA A PADRE RICCARDO SACCOMANNO ICMS, DAL 2008 ARCIPRETE-PARROCO DI SAN GIORGIO DI BAVARI

Caro Padre Riccardo, Le chiedo anzi­tutto una risposta chiarificatrice alla domanda che molti si pongono: in che cosa differite voi religiosi dal tradi­zionale prete diocesano al quale – almeno qui a Bavari – eravamo da sempre abituati?

Padre Riccardo Saccomanno Icms insieme a Fr. Wazek Icms

Questa è una domanda classica. Pre­metto che prima di entrare in semina­rio, nemmeno io coglievo bene questa distin­zione; quindi è lecito avere delle perples­sità al riguardo. Il sacerdote dio­cesano ha una sua chiamata particolare e tipica, che è quella di servire la dio­cesi, nor­malmente nel campo della pa­storale in parrocchia, pur tenendo pre­sente che a volte ci sono anche servizi diversi da ri­coprire. Il religioso invece ha una chia­mata un po’ diversa. Io fac­cio spesso l’esempio del medico generico e del me­dico specializzato: il medico ge­nerico, di base, ha una conoscenza globale delle malattie e dei loro ri­medi, e in qualche caso, riconoscendo che non ha nozioni approfondite su una certa patologia, manda il paziente da uno specialista, ed è giusto che sia così. D’altra parte lo spe­cialista, da parte sua, può non sapere moltissimo di altre branche della medi­cina attinenti ad altri campi. Noi religiosi abbiamo, all’interno della Chiesa, sin dalle origini del Cri­stianesimo, una nostra spe­cificità; ve­stiamo anche un abito diverso, non per capriccio del fondatore, ma per rappre­sentare anche visivamente il nostro “carisma”, la nostra pe­culiarità. La Chiesa ap­prova questi Istituti perché ri­tiene che il loro “carisma” sia un dono per tutti e, in questo senso siamo complementari ai sacerdoti diocesani. Noi, dunque,  siamo Servi del Cuore Immacolato di Maria, un Istituto di recente fondazione (1991), che ha sue precise linee direttive: una forte missionarietà, ma anche una forte vita comunitaria: noi os­serviamo appositi tempi di preghiera, molto preziosi perché costruiscono l’equilibrio della nostra vita comune; e poi svolgiamo mansioni che vanno al di là del servizio parrocchiale in sé e per sé. Perciò il nostro modo di stare in mezzo alla gente è diverso rispetto a quello di un sacerdote diocesano. Abbiamo una spiccata spi­ritua­lità mariana: il nostro motto è “Per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, portate Cristo al mondo”; c’è sempre l’idea di raggiun­gere il cuore degli uomini per portarli alla conoscenza del Vangelo e della persona di Gesù Cristo, ma se­condo la nostra particolare fi­sionomia. Inoltre noi facciamo parte di un “movimento” più ampio che è denominato “Famiglia del Cuore Immacolato di Maria” a cui appartengono le suore Serve del Cuore Immacolato di Maria e tanti laici “consacrati” al Cuore Immacolato di Maria che fanno, con noi, un cammino di formazione e di vita autenticamente cristiana; anche a Genova c’è un nutrito gruppo di questa Associazione che noi seguiamo periodicamente durante tutto l’anno, e anche questo assorbe un po’ del nostro tempo… Tornando al discorso iniziale, quando un Vescovo si trova a fare i conti con la penuria di vocazioni e quindi di pa­stori diocesani – succede a Genova come in ogni altra diocesi ita­liana e del mondo – bussa alla porta di noi religiosi e noi in alcuni casi accon­sentiamo al loro invito a condurre una Parrocchia, ma questo avviene sempre a condizione che siano salvaguardate le  nostre caratteristiche, perché non si può pretendere che un reli­gioso cambi la sua natura e vocazione.

Questa sua descrizione aiuta a inqua­drarvi meglio, tenendo conto del fatto che la nostra parrocchia è stata sem­pre retta da preti diocesani con una mis­sione ministeriale e una “fisiono­mia” abbastanza distinte dalle vostre. Non c’è da stupirsi se occorre un po’ di tempo prima che questo cambiamento venga recepito nel modo corretto e “metabolizzato”. Ma lei, in questi due anni di presenza pa­storale, che idea si è fatta di Ba­vari, sia dal punto di vi­sta del Cristia­nesimo praticato e vis­suto, sia dal punto di vista più ampio della sua re­altà umana e sociale?

È una domanda complessa, a cui non si può rispondere in poche battute. Anzitutto, la realtà ecclesiale: è abba­stanza evidente che ci sono delle “fe­rite”, dovute anche a una situazione globale, generalizzata, del mondo occi­dentale, di secolarizzazione e individua­lismo che avanzano, per cui l’aggregazione sociale, come pure quella ecclesiale, risulta difficile, e lo stesso impegno personale, volontario, il sacri­ficio, è visto come una cosa da scar­tare. Forse qui a Bavari alcune tra­dizioni po­polari hanno una certa tenuta, ma tutto sommato si respira la stessa aria di altrove. Purtroppo, noto anche che, unita­mente a questi stili e comporta­menti, si tende sempre ad attribuire alla fi­gura del sacerdote o dell’educatore in genere la principale responsa­bilità di certe ca­renze (si gioca un po’ allo “scarica-barile”). Bisogna in­vece pensare che ci sono carenze e la­cune dovute alla man­canza di for­mazione in famiglia: nel caso, per esem­pio, di famiglie senza più unità, disgre­gate. E quindi il lavoro di chi deve co­municare e venire in con­tatto con le persone è assai più compli­cato oggi ri­spetto a cinquanta anni fa. Ai tempi di don Grosso, l’aggregazione delle persone con il centro parrocchiale scattava in modo molto più automatico, a fronte di una situazione sociale (e di­rei pure po­litica) più favorevole all’influsso e alla testimonianza dei va­lori cristiani. Sono cambiate tante cose insieme, e bisogna gettare uno sguardo intelligente e non superficiale a questo genere di cambia­menti avvenuti. Inoltre, non è da sotto­valutare il problema rap­presentato dalla conformazione del ter­ritorio di Bavari: Bavari non ha una re­altà di paese ti­pica, con un centro at­torniato da tutte le case, ma è molto sparso lungo la strada e quindi possiede tanti centri abitativi, i suoi numerosi rioni. È lode­vole l’attività di tante asso­ciazioni che sono sorte via via nel tempo, forse pro­prio con l’idea di creare maggiore aggre­gazione tra i vari nuclei, che a volte as­somigliano un po’ a dei clan, senza dare a questo termine una valenza negativa. Io penso che più il messaggio cristiano avvolge e permea la società, più po­tremo pensare e sperare di aprire queste barriere che a volte si creano fra indivi­dui e gruppi.

 

P. Riccardo Saccomanno Icms con il Cardinale Angelo Bagnasco

Voi e la vostra congregazione siete ri­tenuti, a torto o a ragione, come dei conservatori, fermi su posizioni tradizionalistiche. La Chiesa del giorno d’oggi, però, ha una quantità di problemi, di genere assai vario, che richiederebbero una riforma radicale. Lei che cosa pensa al riguardo?

 

 

Premetto che non mi piace usare le categorie di “conservatori” o “progressisti” all’interno della Chiesa. Questo, comunque, è un discorso lungo, che meriterebbe ben altro approfondimento. La Chiesa, fra i suoi obiettivi, ha quello di essere sempre nuova per annunciare Gesù Cri­sto, egli che è sempre uguale e sempre nuovo. Questo impegno, nel corso dei secoli, assume varie sfaccettature. Io, però, ho la ferma convinzione che, più ancora che al modo di mostrarsi, biso­gna “essere”; altrimenti si corre il ri­schio di organizzare soltanto una bella messinscena. “Essere” e non “apparire”, significa essere profondamente radicati nel Vangelo, nella fedeltà al Signore Gesù Cristo, alla Chiesa, e, come inse­gna sempre Benedetto XVI, alla Tradi­zione, nel suo senso ecclesiale di pre­senza viva del messaggio cristiano non scritto ma tramandato fino a noi. Io, come religioso, voglio essere nella Chiesa e con la Chiesa, camminando in­sieme con essa. Papa Benedetto, rap­presentante dell’unità della Chiesa, sta proponendo non un nuovo cristianesimo, ma strate­gie e canali di nuova evangelizzazione, per riportare il Vangelo di Gesù a po­polazioni già evangelizzate ma col tempo scristianizzate.

Padre, non pensa che il Vangelo sia una proposta di fede vissuta così ra­dicale ed esigente da essere per sua stessa natura la scelta di una mino­ranza, un’esperienza per pochi eletti?

Vediamo le cose sotto un’altra ottica: in fondo, ciò che fa la storia della Chiesa è la santità, non soltanto quella di chi viene canonizzato e venerato sugli altari, ma soprattutto quella degli umili e dei semplici, che magari in vita non hanno raggiunto alcuna importanza mondana, ma che, in sostanza, sono il vero motore del mondo. Certo, rispetto all’umanità intera sono sicuramente una minoranza. Anche Pietro e i Dodici Apo­stoli lo erano: è una costante che ritro­viamo in tutta la Bibbia. Ma ripeto: certe cose andrebbero viste, se fosse possibile, attraverso non i nostri occhi, ma quelli di Dio, il quale attraverso po­chi salva i molti, perché Lui vuole arri­vare a tutti. È un errore consi­derare la fede come un fatto elitario: per­sino co­loro che ricevono doni o vocazioni par­ticolari, li ottengono per servire il bene comune, non il proprio. Ai nostri occhi non v’è dubbio che le cose ap­paiano come dici tu, ma questo non vuol dire che il Cristianesimo si prefigga la sal­vezza di pochi. Gesù risorto ci ha in­viato non a pochi, ma a tutte le genti. Poi, il modo in cui ci si arriva è spesso misterioso. Ma la porta del cielo è aperta fino all’ultimo momento.

 

Ha delineato dei programmi pastorali per l’immediato futuro?

Due anni sono ancora pochi per dire di poter conoscere bene il territorio, così da permettere di fare programma­zioni parti­colari. La Provvidenza ci mette da­vanti anno per anno situazioni e possi­bilità nuove, non ultimo il nuovo campo spor­tivo “Taviani”, che non sarà solo il campo di un società calci­stica: ci sarà una parte a uso esclu­sivo della Parroc­chia, che potrà dare origine a un orato­rio giovanile. Certo, questo, molto reali­sti­camente, com­porta e richiede un no­te­vole aiuto da parte del laicato. Solo con la collabo­razione dei parroc­chiani sarà possi­bile cogliere al me­glio questa op­por­tunità. Per quanto riguarda la no­stra Comunità, in futuro potrebbe veri­ficarsi qualche avvicendamento interno. Non bi­sogna sorprendersene, appunto perché noi non siamo sacerdoti dioce­sani, il cui avvicendamento è meno fre­quente ri­spetto al nostro caso. Per i re­ligiosi que­sto accade più spesso, almeno all’interno della Comunità, non dico a livello di par­rocchia. Potrebbero per esempio cam­biare i ruoli, magari a causa di una ne­cessità del nostro Isti­tuto. Questa possi­bilità c’è e c’è stata fin dall’inizio.

Com’è il vostro rapporto con l’Arcivescovo? Immagino che sarà in qualche modo mediato dalla struttura del vostro Istituto religioso.

Come ogni Istituto, anche il nostro ha una sua giurisdizione autonoma, come ben codificato nel diritto canonico. Per­ciò il Vescovo locale sa che, quando chiede di avvalersi di una comunità re­ligiosa, deve interagire con il Superiore generale di quest’ultima. Insomma, per intendersi, il nostro rapporto con il Ve­scovo non è esattamente lo stesso del sacerdote dio­cesano, del par­roco sui generis. Sia chiaro: il nostro im­pegno è di seguire in tutto le direttive del Vescovo nell’esercizio della nostra pastorale, sia in parrocchia, che fuori. Infatti –  non tutti lo sanno – ci capita spesso di essere chiamati sia in diocesi che fuori diocesi a predicare no­vene, tridui, ritiri  spirituali, ecc…  anche presso alcune comunità religiose femminili. Sono impegni settima­nali, quindi­cinali o mensili che hanno la loro rile­vanza e che occupano non poco del no­stro tempo.

Forse una delle lacune di parecchi parrocchiani di Bavari è l’incapacità di capire che la Chiesa non è soltanto la parrocchia, ma un aggregato più vasto e diversificato chiamato dio­cesi. Forse è anche per questo che si registra talvolta una certa incom­prensione per il vostro ministero extraparrocchiale.

Il ministero extraparrocchiale, come lo chiami tu, fa parte integrante del nostro carisma. Non è il Vescovo a imporci di andare qua e là. E tuttavia ricordo bene che il Cardinale Arcivescovo, durante la cerimonia del nostro ingresso a Bavari, ci aveva detto: “Portate la ricchezza del vostro carisma mariano in tutta la dio­cesi”. Noi rimaniamo fedeli a questa consegna che abbiamo ricevuto.

Come è organizzata la vostra giornata e come gestite il tempo a vostra di­sposizione?

La nostra giornata è molto intensa e co­mincia di buon’ora alle 6.30, quando suona la sveglia. La mattinata pro­segue fino al mezzogiorno inoltrato con lo svolgimento di attività e incombenze legate al nostro servizio parrocchiale o anche al nostro ministero religioso extra­parrocchiale. Il pomeriggio ci vede impegnati nella meditazione del brevia­rio, nella lettura spirituale, nello studio, nell’aggiornamento e nella pre­parazione o svolgimento di attività par­rocchiali e non solo (come il catechismo dei fan­ciulli). Tra le 20.30 e le 22, se non abbiamo impegni pastorali in orario se­rale, trascorriamo un’altra ora di “ricrea­zione”, scambiandoci idee e impressioni su quanto fatto durante il giorno e su quanto ci aspetta per l’indomani. Desidero aggiungere che, con cadenza settimanale, teniamo una riu­nione comunitaria, in modo collegiale, prediamo le decisioni sugli impegni che ci attendono. Inoltre non manca un’ora settimanale di adora­zione eucaristica comunitaria fissata nella cappella della canonica, che è un po’ il cuore della no­stra vita comune, in linea con la nostra Regola.

Grazie Padre Riccardo, siamo sicuri che con questa intervista la gente di Bavari avrà modo di conoscervi un po’ meglio.

Ne sono convinto e per questo vi ringra­zio di cuore.



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