Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Tuesday September 18th 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

C’era una volta la caccia… e c’è ancora

Antichissima e perciò tradizionale attività umana, da sempre è praticata nelle realtà collinari e campagnole come Bavari, ma va gradualmente perdendosi a causa dello scarso appeal sulle nuove generazioni, dell’ostilità degli ambientalisti e dell’indifferenza dei più.

I nostri antenati – e ci riferiamo particolarmente agli abitanti del territorio circostante Bavari, valligiani del Bisagno e dell’alto corso del torrente Sturla – praticavano la caccia come forma ordinaria di approvvigionamento di carne per le necessità alimentari e il fabbisogno nutrizionale delle proprie famiglie, insieme ad altre tipiche occupazioni rurali quali la raccolta, l’agricoltura e l’allevamento/pastorizia. È dunque d’interesse storico esaminare i dati relativi all’esercizio di questa attività e alla sua evoluzione nel tempo, almeno per quanto riguarda il contesto locale.

Abbiamo già scritto che, sia nel lontano passato, sia appena qualche decennio addietro, il numero dei cacciatori autoctoni era molto alto e corrispondeva, suppergiù, a quello dei capifamiglia. Molti ricordano come fosse un appassionato di caccia addirittura don Guglielmo Grosso, arciprete di Bavari per oltre cinquant’anni. Essere un cacciatore era la regola, per gli individui di sesso maschile della nostra comunità; favoriti, in questo, da un ambiente naturale non solo incontaminato, ma soprattutto più curato. Motivi legati all’economia domestica e a logiche di sussistenza (pensiamo ai bisogni idrici, alla provvista di legname e di fieno, alla raccolta dei frutti di bosco) imponevano alla popolazione di provvedere, tra le altre cose, alla periodica pulizia dei sentieri, delle zone prative e delle macchie forestali.

La caccia aveva – ed in molte specie conserva tuttora – una funzione di preservazione delle aree antropizzate (ossia caratterizzate dalla presenza e dall’azione trasformatrice dell’uomo) e di riequilibrio della demografia faunistica, cioè di limitazione della crescita numerica degli animali selvatici. Una problematica ancora oggi di stretta attualità, considerato, per esempio, l’alto tasso di prolificità di una specie come quella del cinghiale (sus scrofa): infatti, l’incremento utile annuo della sua popolazione (I.U.A.), tenendo conto delle nascite, le morti, l’immigrazione e l’emigrazione da una determinata zona, arriva al 400%; e com’è noto, questo animale selvatico, presente in numerosi esemplari tra lo Sturla e il Bisagno, è autore, molto spesso, di passaggi devastatori negli orti e nei frutteti, di cui i residenti fanno frequentemente esperienza.

Attualmente, il numero dei cacciatori attivi nella nostra delegazione si è enormemente ristretto rispetto a qualche lustro fa; la loro età media è inoltre aumentata a dismisura, segno tangibile che le giovani generazioni non sono attratte da questo genere di attività all’aria aperta, che, al contrario, entusiasmava i loro padri e ancor di più i loro nonni; per esempio, il Circolo Cacciatori di Bavari e alta Valle Sturla, che ha preso il testimone della vecchia Società Cacciatori Bavari, è fermo a quota 35: un numero non esiguo ma nemmeno paragonabile al totale dei soci di un ventennio/trentennio fa.

Il crinale del Monte Castellaro con l'avvallamento di Caigia, visto dal Monte Poggiasco

Nel frattempo anche i vari tipi di caccia sono mutati; prima, diffusissime sui nostri monti, erano le classiche «uccelliere» (o capanni), strutture dedicate alla caccia alla migratoria con l’utilizzo di richiami vivi; non sono più funzionanti nemmeno le «voliere» per i fagiani una volta presenti presso il Tiro a Volo di Bavari e, a cielo aperto per ambientamento, sul Monte Poggiasco e sulla catena del Fasce. Resistono ancora un paio di appostamenti, volgarmente chiamati “poste” o “sbaraggie”, per la caccia ai migratori nell’avvallamento di Caigia (tra il Monte Castellaro e il Monte Poggiasco), al Passo delle Crocette (tra Monte Poggiasco e Monte Ratti), sul Monte Riega (sovrastante Fontanegli) e sulla Punta Crovino (i «Cröin», bastione della catena del Fasce che scende verso S. Desiderio).

Tradizionale cascinotto ligure per la caccia alla selvaggina migratoria

I cacciatori lamentano la pugnace ostilità degli ambientalisti, una legislazione sempre più restrittiva e punitiva e soprattutto la mancanza di un’informazione corretta ed equa; avvertono altresì, pure in delegazioni di campagna come Bavari, un senso di marcata indifferenza nei loro confronti; hanno però l’orgogliosa consapevolezza di essere gli estremi continuatori di una delle più antiche e importanti attività svolte dall’uomo fin dalla sua comparsa sulla faccia della Terra e di essere gli unici veri “operai” che svolgono attività di ripristino ambientale in natura.

ALESSANDRO MANGINI

con la collaborazione e la consulenza di

DAVIDE TASSO

 

CACCIA IN LIGURIA, PASSIONE  ETERNA NEL RISPETTO DELL’AMBIENTE

 Intervista ad Armando Tagliavacche – Presidente Provinciale di Genova A.N.U.U. Migratoristi Italiani

A cura di DAVIDE TASSO

Dott. Tagliavacche, ci inquadri la pratica della caccia nell’ambito della nostra città.

Armando Tagliavacche

La nostra Genova è una città lunga 30 chilometri e larga 800 metri, con due vie principali di scorri­mento e una autostrada sempre super trafficata: se si blocca, si occlude uno di questi passaggi, il blocco, l’infarto che viene creato si ripercuote su tutta la città e si sta fermi per ore e ore. Il ligure nel corso dei secoli ha dovuto scegliere tra il mare, cioè navigare e pescare o i monti con la sua  “campagna in salita”  cercando di coltivare e seminare, creando, coi muri di pietra a secco, la pianura là dove non c’era. La nostra terra è specchio del nostro animo: arcigno, chiuso, orgoglioso, tenace, sempre  pronto a grandi slanci, parsimonioso di sentimenti, tosto e duro da abbattere, ma pronto a donare incredibil­mente tanto, specie quando meno te lo aspetti. Anche la caccia a Genova e in Liguria è così, ostenta poco e dona tantissimo in modo parco, ma le­ale. Con numeri di praticanti di tutto rilievo se pensiamo che su circa 850.000 cacciatori italiani, ben 30.000 sono liguri.

 

Sulla vostra attività piovono spesso tante critiche, da più parti.

La caccia, lo sappiamo bene, è sempre stata una attività criticata, specie da chi non la conosce. Troppo facile dichiararsi contro a parole e cambiare idea davanti alla tagliatelle al sugo di lepre o alle braciole di cinghiale, troppo facile pubblicare su un grande quotidiano la pulizia di un sentiero di una qualche associazione sedicente ambientalista ed ignorare sempre e comunque il lavoro silen­zioso eseguito dai volontari cacciatori. Troppo facile far credere ai nostri figli che la carne nasca al supermercato. E poi perché la beccaccia no e il branzino sì?

Come si spiega questo atteggiamento?

Ipocrisie moderne frutto della civiltà cittadina, che disconosce il valore della ruralità. Ma la verità è che è nata una nuova figura  nel corso di questi decenni, ignorata dalle grande stampa e dai cosiddetti mass media, quella del cacciatore ambientalista.

Sembrerebbe una contraddizione in termini.

Non è follia quello che avete letto è verità. Ambientalismo puro, conoscenza della natura per davvero, ambiente vissuto 365 giorni all’anno, amato ed utilizzato in modo serio. Il cacciatore raccoglie il frutto non taglia l’albero, il cacciatore moderno preleva gli interessi di un conto che vuole fortemente conservare.

Com’è la realtà della caccia in Italia?

Erano due milioni i cacciatori in Italia, ora sono 850.000, ma hanno lasciato il meglio formando il cacciatore consapevole, condannato a priori solo dalla frangia estremista animalista, che vorrebbe che l’uomo mangiasse solo radicchio. La caccia oggi in Italia è capita, magari non amata, ma ac­cettata dalla maggioranza dei cittadini italiani. Questo dicono recenti autorevoli sondaggi mai pub­blicati, tanto per cambiare, dalla grande stampa.

Ma chi è il cacciatore?

La caccia può essere, unica passione che ha questa prerogativa, esercitata solo da chi ha la fedina penale immacolata, ed è dunque onesto per definizione, seguendo una legislazione che è e resta una delle più restrittive d’ Europa in termini di calendario e specie cacciabili. Seguendo ed adeguandosi a studi scientifici non locali o parziali, ma che coinvolgono tutta la Co­munità Europea. La caccia dunque è attività nella natura e con la natura, che ha un rilevante contributo anche per la natura e i suoi equilibri alla faccia di chi semina odio e falsità. Del resto la gente non è scema, capi­sce molto bene e ragiona con la sua testa: sono decenni che danno la colpa ai cacciatori di tutto, ma la selvaggina vera continua ad esistere, il cinghiale e la beccaccia nei nostri boschi, i tordi e i co­lombacci di passo autunnale, sempre, comunque, anno per anno. E cacciatori maturati dall’altra parte, anche loro sempre e comunque esistono ed esisteranno, tra­sversalmente nella nostra società moderna.

Per concludere?

Non viene il dubbio, allora, che esistano dei veri e propri professionisti dell’allarmismo ambientale che i questi anni ci hanno raccontato delle enormi balle e che forse hanno sbagliato tutto quando ci parlavano di specie in estinzione, di riscaldamento globale, di innalzamento dei mari, del buco dell’ozono (ora chissà perché passato di moda) ed altre catastrofi imminenti ? No, il prossimo ottobre torneranno sui monti liguri le beccacce, il capriolo e il cinghiale saranno an­cora nel nostro entroterra, così come tornerà l’estate, dopo la neve di questi giorni. Chi non va a caccia e legge di caccia una volta all’anno non si faccia prendere in giro da chi vuole plasmare le teste, dai seminatori d’odio, ragioni, osservi e poi con  coerenza e senza ipocrisie for­muli il suo pensiero in merito. Il cacciatore ligure, credetemi, non ha paura del vostro giudizio, peccando forse solo di troppo amore per questa terra e i suoi immutabili frutti.

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