Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Thursday November 15th 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Bavari, la “reggia” di Paolo Emilio Taviani

Franco Manzitti

Siamo onorati di ospitare sulle nostre pagine web e cartacee una firma illustre come quella di FRANCO MANZITTI, giornalista genovese di chiara fama, già direttore de “IL LAVORO”, poi de “IL LAVORO/REPUBBLICA GENOVA”, e attualmente collaboratore dell’emittente privata TELENORD. Lo ringraziamo per questo suo interessante contributo sulla figura dell’on. Paolo Emilio Taviani, che, nell’avvicinarsi del decennale della scomparsa (18 giugno 2001), aiuta a conoscere alcuni tratti salienti di questo grande personaggio della nostra storia nazionale e locale. [A.M.]

La sua stanza non era più grande di un due per tre. Proprio due metri per tre metri, con una piccola scrivania, stracarica di libri, una stufa di kerosene, due sedie austere dove gli ospiti si sedevano davanti al Grande Capo. Fossero l’ambasciatore dell’Urss in visita riservata o il segretario della sezione Dc di Ceranesi. Stessa sedia, stesso trattamento per Gianni Agnelli e per il contadino di Fontanegli. Saliti lassù, convocati o in visita, in segreto o platealmente, come la grande politica poteva suggerire in quel momento.

Taviani riceveva lì, spesso vestito informalmente con pesanti maglioni nel caso fosse un inverno crudo e lì si decidevano i destini della patria, del Ministero che il “re di Bavari” occupava in quel momento, del partito che era la grande madre Dc e sopratutto di Genova, le sue infinite grane, il suo destino.

Bavari, una piccola strada sotto la grande chiesa, che si poteva imboccare in macchina per pochi metri, fino a uno slargo. Poi a piedi lungo un sentiero tra gli alberi, fino al cancello  della casa del Pet, abbreviazione confidenzial-ironica di Paolo Emilio Taviani, onorevole, deputato, senatore, segretario, sottosegretario, ministro, superministro  dal 1945 ininterrottamente fino al giugno del 2001.

Paolo Emilio Taviani, insieme a don Guglielmo Grosso, arciprete di Bavari, e a mons. Giovanni Dellepiane, arcivescovo nativo di Bavari, in occasione della cresima di una figlia, davanti al santuario mariano del paese

La vera casa-madre, quella genovese, diventata una specie di santuario della politica locale, nazionale e internazionale, è stata per tutti quegli anni Bavari, una casa modesta, sobria, quasi austera, arrivando alle porte della quale la potenza di Taviani si capiva solo dalla scorta, dalle auto posteggiate in quello slargo, nei tempi del terrorismo anche sopra, lungo la strada che saliva o dalla ValBisagno o da Corso Europa e poi dalla guardia permanente che stazionava nella casupola, una stanza, un telefono, una sedia, di fianco alla porta d’ingresso. Dentro c’era sempre un uomo della scorta, un autista, un fedelissimo dell’onorevole, stesse facce per decenni, stesso abito scuro, camicia bianca,cravatta semplice, cortesia ferma, sorriso  e fermezza totale nel pilotare l’ospite. “Oggi ha un diavolo per capello, hanno appena telefonato da Roma……” – raccomandava il guardiano, mettendoti nell’atmosfera dell’incontro, nell’epoca dei non- telefonini. Oppure: “Oggi ha voglia di parlare, si prepari a una bella passeggiata”_ ti anticipava con un sorriso rilassato, in caso di buon umore e disponibilità.

P.E. Taviani in corteo con i soci della Società Operaia Cattolica "S. Giorgio" di Bavari in occasione del 50° anniversario della fondazione (1963)

La prima volta che sono salito a Bavari, aspirante giornalista appena laureato, cronista alle prime armi del “Corriere del Pomeriggio”, Taviani era contemporaneamente ministro del Bilancio e della Programmazione e della Cassa del Mezzogiorno. Era il suo apogeo anche nella Dc, di cui erano uno dei capi corrente con Moro, Fanfani, i dorotei di Rumor, la sinistra di Donat Cattin. I suoi discepoli erano Francesco Cossiga e Adolfo Sarti. E Genova era veramente ai suoi piedi, come appariva da Bavari, collina verde e riservata. Non c’era foglia che non si muovesse senza che Taviani non c’entrasse. Era nel pieno del suo potere, anche se ignorava che poi il viale del tramonto sarebbe stato imboccato ben prima del previsto, almeno quello dell’esercizio del ruolo ministeriale.

Mi fece sedere su una di quelle due postazioni nella stanzetta e mi intrattenne come se io fossi la persona più importante che avesse mai ricevuto. Doveva valutarmi per farmi una proposta di lavoro e voleva capire che tipo ero io, se la mia passione giornalistica era autentica, che idee politiche avevo, qual era il mio carattere. Parlava sempre lui, spaziando dalla storia alla geografia, tuffandosi nella politica mondiale e in quella locale. A me sembrava di essere muto, eppure da quel colloquio di mezz’ora uscii non solo con quattro suoi libri in regalo, ma anche con la convinzione che aveva capito chi ero e cosa volevo. E aveva capito bene.

Paolo Emilio Taviani

Ci sono tornato infinite volte a Bavari, anche in tempi molto più duri di quel primo pomeriggio di dolce primavera. Ricordo le albe plumbee dei giorni del sequestro Sossi, quando Taviani era ministro dell’ Interno o all’indomani delle stragi fasciste nelle piazze italiane, sui treni. La casa era sempre austera allo stesso modo, la scorta piazzata negli stessi posti, le guardie erano le stesse. La sua capacità di accogliere la stessa di sempre. Potenza di Bavari.

FRANCO MANZITTI

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