Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Sunday September 23rd 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Il Re di Bavari, un padre della Repubblica

Un ricordo del senatore a vita Paolo Emilio Taviani nel decimo anniversario della scomparsa.

 

Molte volte, lungo questo primo tormentato decennio del XXI secolo, mi sono chiesto quali giudizi avrebbe espresso il senatore Taviani, o quali reazioni si sarebbero scatenate in lui, qualora avesse potuto essere spettatore di quel magmatico calembour di fatti e misfatti politici che hanno riempito le pagine dei giornali e quelle web dei siti internet dai tempi del G8 genovese in avanti.

Chi può dirlo. Se, di sicuro, non lo avremmo udito spendere parole di elogio per il centrodestra ormai da tempo al governo del Paese, con altrettanta sicurezza possiamo arguire che non si sarebbe nemmeno spellato le mani per plaudere all’opposizione di centrosinistra, benché, fin dall’ingresso in politica di Romano Prodi, fu a questa coalizione che egli indirizzò le sue simpatie di cattolico refrattario a novelli «Patti Gentiloni».

In due parole, Taviani fu un padre della Repubblica e un autentico signore della politica. Inutile dire quanto al Parlamento italiano, in questi ultimi anni, siano mancati l’autorevolezza (fondata sulla vastissima cultura e sulla profonda esperienza), l’equilibrio e la sobrietà, la capacità di analisi, la serietà e il culto per la democrazia e per le istituzioni che ne caratterizzarono lo stile e l’operato.

Non fu un “democristiano di sinistra”, come parecchi indulgono a credere; non, perlomeno, nell’accezione del termine oggi rimasta tipica (e cioè dossettiana e cislina); si definiva, tuttavia, un «cattolico socialista», come ebbe a dire a Palazzo Tursi, nel 1999, durante la presentazione in veste rinnovata, per i tipi prestigiosi de Il Mulino, del suo intramontabile «Pittaluga racconta». Voleva così, certo un po’ provocatoriamente, ribadire la sua adesione a una visione del mondo sostanziata di principi spirituali strettamente intrecciati a istanze di libertà, di solidarietà sociale e di progresso civile.

Del resto, la sua precoce propensione per il pensiero social-cristiano di stampo maritainiano (anche per impulso di mons. Montini, negli anni ’30 assistente generale della F.U.C.I.) non fu mai un mistero. Nei suoi «memoires» lo stesso Taviani annota come alcuni suoi articoli giovanili, comparsi sull’Osservatore Romano, gli fossero valsi qualche rabbuffo da parte di Mario Scelba, secondo il quale apparivano sinistreggianti oltre il livello di guardia.

Taviani a Bavari, negli anni '50, in compagnia, fra gli altri, dei giovanissimi Fausto Cuocolo (secondo da sin.) e Gianni Baget Bozzo (terzo da sin.)

Ma a noi, qui, interessa in special modo il Taviani “bavarese”. L’ironico epiteto di “Re di Bavari”, coniato e appiccicato in ambienti dc a lui non troppo favorevoli, restituiva un’immagine abbastanza sbiadita – quando non distorta – del rapporto esistente tra lo statista e il suo paese d’adozione. Intanto è noto come il suo amore per Bavari non sempre fosse stato corrisposto con identico ardore: stanno a dimostrarlo, fra le altre cose, i consensi elettorali non esaltanti riscossi dal partito dello scudocrociato nella sezione di via Casale (e l’unità di misura dell’“amore” per un politico è proprio il numero dei voti); sebbene i bavaresi – questo va detto a chiare lettere – ne ammirarono costantemente, e senza badare al colore delle rispettive bandiere, l’altissimo valore umano.

L’affetto e l’attaccamento di Taviani per il minuscolo paese risaliva agli anni dell’infanzia, quando con papà Ferdinando, direttore scolastico, e mamma Elide, insegnante elementare, il piccolo Paolo Emilio trascorreva le vacanze estive in un Bavari ancora in possesso della patente di località di villeggiatura. Il legame si irrobustisce ulteriormente negli anni della Resistenza: il gracile professorino di storia e filosofia, nonché leader del CLN, godé più volte della protezione e della coraggiosa omertà assicurata dai bavaresi. Dopo la Liberazione, assurto a un ruolo di spicco nella DC degasperiana, poi fanfaniana, poi morotea, il rapporto non si allenta: il deputato, sottosegretario e infine più volte ministro partecipa in modo organico alla vita della piccola comunità.

50° anniversario di fondazione della S.O.C. San Giorgio di Bavari: il ministro Taviani brinda con don Grosso e altri sacerdoti

Gli storici che studieranno la figura, non solo politica, di Paolo Emilio Taviani, non potranno esimersi dall’analisi di questo suo essere ligure, genovese e di Bavari. Lo ricordò la figlia Ida nel corso della cerimonia funebre: per il potente esponente democristiano, Bavari era il luogo delle origini e dei ricordi, un «nido» pascoliano nel quale ritemprarsi, coltivare le memorie, conversare amabilmente con gli ospiti e gli amici. Si apud bibliothecam hortulum habes, nihil deerit. «Se possiedi un giardinetto vicino al tuo studio, non ti manca nulla», insegnava Marco Tullio Cicerone duemila e passa anni fa. Era così anche per Taviani: dopo giornate scandite da impegni politici, accademici, diplomatici, quand’era infine possibile, niente e nessuno poteva impedirgli di raggiungere la sua casetta in collina, dall’architettura semplice e un po’ spartana, incastonata nella vegetazione, suppergiù a metà di quella vecchia strada che collega Bavari a Fontanegli.

Mi piace ricordare il fraterno sentimento di amicizia che lo unì a don Guglielmo Grosso. L’arciprete dell’antica pieve di San Giorgio fu per lui il naturale trait d’union con quel “mondo piccolo” con cui il sacerdote aveva a che fare, per vocazione e ministero, tutti i giorni.

Anni '50: un momento di divertimento collettivo nel teatrino della S.O.C. S. Giorgio Bavari (oggi Circolo A.C.L.I.): con l'on. Taviani, l'arcivescovo mons. Giovanni Dellepiane e l'arciprete don Guglielmo Grosso.

E per quel poco che può valere la testimonianza di chi scrive, aggiungo che ebbi l’onore di conoscere il senatore a vita nel 1993, nemmeno maggiorenne. Mi chiedo ancora oggi come sia stato possibile che un uomo della sua levatura avesse voluto chiamare a sé un ragazzino senz’arte né parte qual era il me stesso d’allora. Posso e voglio attestare che Paolo Emilio Taviani non era affatto una persona grigia, chiusa o distante (come una certa vulgata, ahimè di stampo bavarese, ha inteso dipingerlo); era invece un amante della conversazione, e non solo di quella dotta. Perché, se la sua “deformazione professionale” gli ispirava sterminate dissertazioni sui temi colombiani o di storia moderna e contemporanea, ciò nondimeno aveva il gradevole vezzo di voler essere tenuto informato e aggiornato sull’attualità spicciola, ivi compresa quella locale, quella nostra attualità strapaesana e un po’ ruspante da dipinto macchiaiolo. Una forma di curiosità vivace ma non invadente o pettegola, in perfetto stile genovese.

Come tutti i grandi, Paolo Emilio Taviani possedeva una personalità prismatica. Con un certo orgoglio possiamo affermare che su uno dei lati di questo affascinante e poliedrico carattere spicchi, impresso a caratteri d’oro, proprio il nome di Bavari.

ALESSANDRO MANGINI

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