Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Wednesday May 23rd 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Un compleanno per due festeggiati

Venticinque anni di informazione locale a Bavari: al Pettegolezzo Montelunghino, fondato nell’agosto 1986, è succeduto, nel settembre 2001, dieci anni fa, il qui presente e scrivente Drago Buono.

Ci si ricorda sempre delle estati, mai degli inverni. È abbastanza normale: la bella stagione è il momento della vitalità, della sospirate vacanze, delle passioni ardenti, per quanto, talora, fugaci. L’inverno è il suo esatto contrario, e meno male che c’è il Natale a renderlo meno opaco e opprimente.

21.08.1986: prima pagina del primo numero de Il Pettegolezzo Montelunghino

Noi ricordiamo un’estate di un quarto di secolo fa – correva l’anno di grazia 1986 – e un’altra, un po’ più vicina a noi, quella del 2001. Che cosa accadeva in quelle calde giornate di venticinque e di dieci anni or sono? Se ci spingiamo indietro di una decade, forse riusciamo a rammentare che ai primi di settembre di quell’anno martoriato (fu l’anno del G8 genovese e dell’attentato alle Torri Gemelle di New York) nasceva, timidamente, in modo abbastanza anonimo e senza grandi pretese, il foglio d’informazione che tenete in mano (o che visualizzate su schermo col web). Proprio così: nasceva IL DRAGO BUONO. E questo lasciateci dire che è pacifico.

Eppure non tutti sanno che il Drago Buono era un caso eclatante di reincarnazione. Sì, perché veniva alla luce sulle ceneri di un altro foglio d’informazione che grosso modo gli stessi redattori (e lo scrivente in primis) avevano fondato, diretto ed edito per circa un quindicennio. Raffazzonatamente. Farraginosamente. Discontinuamente. Ma con fanciullesca, poi adolescenziale, infine giovanile esuberanza. Si chiamava – perlomeno gran parte degli abitanti della frazione bisagnina di Bavari se ne sovverranno – IL PETTEGOLEZZO MONTELUNGHINO.

La duplice ricorrenza ci offre l’opportunità di celebrarli entrambi: il pionieristico Pettegolezzo, e il più evoluto Drago. Due esempi, certo molto diversi eppure strettamente intrecciati, di informazione locale. Localissima, oserei dire. Tanto che ai tempi del Pettegolezzo la si rubricava – e in un certo senso la si liquidava – come “cronaca paesana”.

Per ripercorrere i primi passi del vecchio giornale montelunghino ci aiuteremo con una rievocazione storica che, figuriamoci un po’, fu imbastita dal sottoscritto in occasione del quinto compleanno dell’adorabile fogliaccio (1991). Perdonerete alcune asperità stilistiche di chi allora aveva poco più di tre lustri di vita alle spalle.

Luglio 1990: si guasta il rullo della macchina da scrivere...

«Sulle impronte di un primo tentativo di redigere un giornale, “LA GAZZETTA DI MONTELUNGO”, tentiamo, il 21 agosto 1986, di dare alla luce un foglio d’informazione a diffusione “soltanto” montelunghina, e immediatamente si verifica una disputa su come chiamare il neonato periodico. C’è chi propone “LO STRILLO”, chi “IL CORRIERE DEL BORGO”, e chi infine “IL PETTEGOLEZZO”. Andiamo alla sorte e infiliamo in un bicchiere tre biglietti recanti i nomi proposti, quindi procediamo all’estrazione. A uscire è proprio “IL PETTEGOLEZZO”. Tutti d’accordo, ma ci si accorge che manca sempre qualcosa, un aggettivo appropriato e distintivo. E così il Pettegolezzo diventa anche “montelunghino”. Il primo numero viene stampato nel pomeriggio, e viene tirato in cinque copie, per noi (allora) già un bel successo!».

Alle origini, il Pettegolezzo era un giornale più per sentito dire che non in realtà. L’impostazione grafica era al limite del casereccio: fogli di carta velina stampati a macchina da ragazzini che nemmeno sapevano, per esempio, che dopo il segno d’interpunzione occorresse, allora come oggi, inserire uno spazio. Per tacere della testata, nella quale al povero Pettegolezzo mancava persino una delle due “t” (asinino errore di ortografia che si ripeterà sino al numero 8 del dicembre di quell’anno: segno che non si trattò di una banale svista, di un refuso e men che meno di una licenza poetica, ma di una ben precisa – si fa per dire – convinzione). Gli argomenti degli articoli – se così si possono chiamare – erano tutto un programma: pezzo forte, quello sul “campetto da bocce di Montelungo”; ma era il servizio fantascientifico “Alpe Sisa ed (sic!) Monte Fasce: vulcani sì o no?” a rappresentare la vera chicca di quella leggendaria editio princeps. Impagabile altresì l’immagine scarabocchiata di una “veduta aerea di Montelungo” che, nelle intenzioni del disegnatore, doveva apparire, suppergiù, alla stregua di un rilievo cartografico. Come no. E si potrebbero dimenticare, infine, le previsioni meteo circoscritte all’area della piccola frazione bavarese o l’editoriale del “direttore”, il quale fin dal primo rudimentalissimo numero si piccava di definire «affezionati» i suoi esordienti lettori  e si congedava da loro, tanto per non smentirsi, «con l’affetto di sempre»? Beata ingenuità.

Il Pettegolezzo tira a campare così così, con lievi progressi grafici e contenutistici, fino al 1990. Le brevi cronache locali lasciano spazio a notizie di livello nazionale e internazionale: questo perché i giovanissimi redattori si erano accorti che era più semplice scopiazzare i titoli delle news del Televideo, anziché mettersi in cerca, armati di biro e taccuino, di fatti e misfatti di casa nostra. Nel 1991 avviene però la prima trasformazione: il Pettegolezzo non è più realizzato interamente a macchina (e riprodotto in una ventina di esemplari attraverso molteplici ed estenuanti battiture con carta carbone), ma attraverso fotocopiatrice. Ciò permette di fare uso di caratteri trasferibili per la testata e i titoli; si utilizza alla bisogna anche il normografo. Su sollecitazione dei lettori (che rimangono all’incirca le stesse venti famiglie del periodo precedente), aumenta lo spazio dedicato alle notizie d’interesse locale. Anche perché i redattori, ormai adolescenti, hanno cominciato a partecipare con maggiore frequenza alla vita di Bavari e borghi limitrofi. Il materiale non manca.

Un altro piccolo ma rimarchevole salto di qualità ha luogo nel 1992: il Pettegolezzo aumenta la tiratura fino a una cinquantina di copie e la sua diffusione si estende al di fuori di Montelungo. Notevole il cambiamento grafico: al formato A4 (foglio normale), subentra quello A3 (misura doppia, quasi tabloid). La prima pagina ospita sempre notizie dall’Italia e dal mondo,  mentre all’interno (in questa fase le pagine a disposizione sono quattro) sono collocate quelle su Bavari e dintorni. Fra i progressi da segnalare, c’è il ricorso al personal computer, sebbene in forma molto limitata e arbitraria; alcuni articoli vengono preparati e impaginati con il programma informatico WordStar: oggidì, un pezzo d’antiquariato digitale, ma ai tempi l’ultimo grido nel campo della videoscrittura.

1994: il Pettegolezzo comincia a ospitare solo cronaca locale.

1995: il Pettegolezzo non è più "montelunghino" bensì "nuovo".

Con il 1994, il Pettegolezzo decide di abbandonare qualsiasi argomento di respiro nazionale e internazionale: le quattro pagine del giornale d’ora in poi conterranno solo cronache di campanile, con un occhio di particolare riguardo alle proposte dell’associazionismo bavarese e in particolare a quelle del Gruppo Genitori & Ragazzi Prevenzione Droga, un movimento spontaneo sorto su impulso del dott. Luigi Raschi, assai effervescente in paese tra il principio e la fine degli anni Novanta. Il gennaio del 1995 è testimone di un grande cambiamento: il giornale modifica la tradizionale testata: scompare l’aggettivo toponomastico “montelunghino” (considerato un retaggio troppo limitativo) e il Pettegolezzo diventa “nuovo”. IL NUOVO PETTEGOLEZZO amplia numericamente la redazione (vi fanno ingresso diversi altri adolescenti) e registra un’impennata nella tiratura, che oltrepassa quota 100 copie. La grafica subisce un ulteriore miglioramento, sebbene salti subito agli occhi la persistente carenza di fotografie. I contenuti si arricchiscono, pur rimanendo ancora legati a doppio filo alla dimensione parrocchiale e associazionistica.

1996: decennale del Pettegolezzo e campagna di sensibilizzazione in difesa della Scuola "Gioiosa".

Il Pettegolezzo conserva veste autonoma fino al 1997. Alla fine di quell’anno, il consiglio direttivo della Croce Azzurra propone ai redattori di pubblicare il foglio, mantenendone la testata, sull’ultima pagina del proprio giornale associativo, edito una volta l’anno in un migliaio di copie e diffuso in ogni casa poco prima delle feste natalizie. La proposta è accettata e il Pettegolezzo comparirà sul periodico della Pubblica Assistenza fino al 1999. In quel triennio, tuttavia, rimarrà confinato in quello spazio annuale, ospite gradito e grato, ma, per così dire, non più autosufficiente.

Si arriva così al 2000: il giovane “direttore” del Pettegolezzo, da qualche anno membro del consiglio direttivo del Circolo A.C.L.I. San Giorgio di Bavari, ne diventa presidente. Tale è l’antefatto che prelude alla fondazione de Il Drago Buono, la cui prima rudimentale versione (sei pagine in formato A4 composte con Microsoft Word 97) fa la sua comparsa fin dalla primavera dell’Anno Santo: ma più in teoria che non in pratica, visto e considerato che il prodotto in questione altro non è che una fanzine associativa aclista, affissa in bacheca o deposta sui tavoli del bar del Circolo, e niente più.

Estate 2001: il primo numero de IL DRAGO BUONO.

2004: il Drago Buono parla di politica e di Grande Fratello.

Il “vero” Drago Buono è quello che viene pubblicato per la prima volta all’inizio di settembre 2001 con una tiratura di lancio di circa 150 copie, destando un’immediata curiosità e ritagliandosi da subito una considerevole platea di lettori. Oltre alla tradizionale attenzione al mondo ecclesiale e associazionistico (condivisa con il vecchio Pettegolezzo), il nuovo periodico mostra fin dapprincipio un forte interesse per i temi politici, tradendo una scoperta simpatia per il centrosinistra (cosa, questa, mal digerita da qualche frangia di lettori). Per una trentina di numeri (il DB, come il PM, è aperiodico ma orientativamente tri/quadrimestrale), sino al 2006/2007, la linea editoriale è questa e non subisce variazioni. Con il 2006 il Drago Buono prende a essere diffuso in formato digitale (pdf) per mezzo della posta elettronica. L’incanto però si spezza: da metà 2007 fino a tutto il 2009 se ne perdono le tracce. Non è raro che i bavaresi, in quel mezzo lustro, chiedano ripetutamente al direttore: “Come mai?”, ottenendone in risposta un laconico “Non ho più tempo”. Parecchi sicuramente giungono alla conclusione che il Drago sia bell’e morto e sotterrato.

2010: new edition per il Drago Buono.

Invece no. Nel gennaio 2010 il DB esce dal letargo, e lo fa in grande stile: all’edizione cartacea, che ritorna al formato tabloid dell’ultimo Pettegolezzo, si affianca quella on-line, con tanto di sito internet aggiornato di continuo. L’attenzione per i temi classici dell’associazionismo laico e cattolico non viene meno, ma la lente d’ingrandimento del giornale si focalizza maggiormente sulle questioni civiche e amministrative; la politica resta un argomento clou, ma con più equidistanza rispetto al recente passato; la tiratura tocca le 200 copie e nuovi mezzi di comunicazione come il social network Facebook consentono al DB una capillare penetrazione nel mondo degli internauti, una realtà di massa e non più di nicchia come fino a un decennio innanzi.

Il Pettegolezzo Montelunghino e Il Drago Buono, con le tante analogie e le tante differenze che li contraddistinguono, rappresentano un esperimento (crediamo abbastanza riuscito) di libera informazione. Non hanno compiuto grandi gesta, non hanno vergato pagine di storia, ma di certo hanno contribuito, nel loro piccolo, a promuovere e a valorizzare l’ambiente – il microcosmo – da cui provengono e al quale appartengono. Perché tanto il Pettegolezzo che il Drago sono frutto dell’amore per Bavari e, benché non sempre lo meritino (lasciateci togliere un sassolino dalla scarpa, ogni tanto; si parva licet, lo faceva anche il dottor Raschi), per i suoi milletrecento abitanti. Un amore fedele e disinteressato, tant’è che fare il DB più che un onore, è un ònere; ciò nonostante, più che un dovere, è e rimane un piacere.

Ho scritto tanto, troppo. Chiedo venia. Permettetemi solo di prendere in prestito le parole di un mio illustre (quasi) omonimo non parente, tal Alessandro Manzoni, che, prossimo alla chiusura del suo celeberrimo romanzo (è il caso di menzionarlo? Voglio sperare di no), così si accomiatava dai suoi venticinque lettori: «Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia. La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta».

Pertanto: buon compleanno, Pettegolezzo! Buon compleanno, Drago Buono! Cento di questi numeri… e anche di più!

ALESSANDRO MANGINI

Le due mascotte dei nostri giornali: il Pettegolezzino e il Draghetto

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