Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Wednesday May 23rd 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Piove, governo ladro. Ma anche no.

La sindaco Marta Vincenzi nell'immediato dopo-alluvione

La tragica alluvione che ha colpito il 4 novembre i quartieri più centrali di Genova certamente non è figlia di nessuno. Ciò nonostante, l’impallinatura della sindaco in carica è uno sport molto poco nobile nel quale non abbiamo nessuna voglia di cimentarci. Problemi, ritardi, negligenze, soluzioni frettolose e posticce non sono una mercanzia degli ultimi quattro anni e mezzo di amministrazione. Sono piuttosto debiti pregressi e insoluti che le precedenti giunte di sinistra o di sinistra-centro hanno lasciato in eredità a Marta Vincenzi e alla sua scuderia. Che, poi, quest’ultima sia composta di brocchi anziché di aitanti destrieri, è tutto un altro discorso, che attiene al vasto campo dell’opinione. Non fingiamo inoltre di ignorare le colpe dei genovesi di periferia, che nei fossati usano gettare un po’ di tutto. Affaracci di chi sta a valle.

Passiamo alle cose concrete. La messa in sicurezza del Rio Fereggiano non era e non è una questione accademica, bensì un’urgenza – si colga il paradosso – da decenni interi sulla scrivania dei politici, dei tecnici e dei consulenti del Comune di Genova. Vuoi per mancanza di volontà, vuoi per manifesta incapacità, vuoi ancora per penuria di liquidità, poco o nulla è stato fatto di realmente efficace. Non dopo l’alluvione del ’70; né in seguito al varo del primo Piano Regolatore Generale del 1980; né, strada facendo, dopo l’introduzione dei Piani di Bacino per le zone a rischio idrogeologico (dalla fine degli anni ’80 in avanti); anche il P.U.C. 2000 offriva scarne indicazioni in quel senso. Cosicché il Fereggiano era, è e resta un pericolo pubblico con il beneplacito delle istituzioni. Ma non solo di quelle in carica oggi. Anche di quelle di ieri e dell’altro ieri.

Via San Fruttuoso durante il nubifragio del 4 novembre

L’ormai tristemente noto Fereggiano – prima del diluvio quasi nessuno lo conosceva – è il maggiore affluente del Bisagno; ma mica l’unico. Nel quartiere di San Fruttuoso scorre il Rio Rovare, che è, in buona sostanza, un Fereggiano in formato mignon. Incanalato e tombinato, segue un percorso sotterraneo, a zigzag (anziché rettilineo), schiacciato e compresso dalla cementificazione generalizzata della zona. In caso di rovesci di particolare intensità, il flusso dell’acqua ha solo due strade per trovare sfogo: o erompendo da via San Fruttuoso, l’antica percorrenza romana parallela alla parte bassa di via Torti, o in casi eccezionali già all’altezza di via Donghi, più a monte. Anche questo rivo attende a temporibus illis un intervento risolutivo che non ha mai avuto luogo. Analogo discorso per il Rio Noce, col quale il Rovare si congiunge presso il vicino scalo ferroviario. All’azione combinata dei due consegue l’allagamento di Piazza Terralba e aree limitrofe.

Altra criticità sottovalutata, il Rio Mermi, corresponsabile, insieme al Bisagno, della marea fangosa che ha sommerso Piazzale Adriatico. In tempi non lontani, un progetto di demolizione dei palazzi e di delocalizzazione dei residenti in ambiti territoriali meno a rischio fu bocciato per un pugno di voti contrari. Chapeau alla democrazia rappresentativa, per carità. Intanto il peccato originale rimane uno e identico: aver permesso di costruire in punti non sicuri sotto il profilo idrogeologico. Va da sé che il procedimento inverso, cioè la rasatura al suolo dell’edificato a distanza di anni, susciti difficoltà molto maggiori rispetto a un semplice, iniziale diniego.

Dal boom economico del secondo dopoguerra, la sistematica concessione, ai tanti “palazzinari” degli anni ’50 e ’60, di licenze edilizie a profusione, ha prodotto col tempo un’espansione urbanistica in massima parte incompatibile con l’ambiente circostante e con le sue caratteristiche geomorfologiche. Ma soprattutto, complice la quasi totale tombinatura dei corsi d’acqua (che mica sono spariti, ma solo nascosti sotto il piano strada), ha alzato notevolmente il livello di pericolosità di quelle zone, al presentarsi di eccezionali precipitazioni. Le responsabilità non ricadono soltanto in capo al Comune; ne portano il peso anche Provincia e Regione. In Provincia, ente preposto alla stesura e all’applicazione del Piano di Bacino, pare che alcuni tecnici nemmeno avessero chiaro in mente quali e quanti rivi scendano dalle alture e scorrano fra l’abitato prima di sfociare nello Sturla, nel Bisagno o nel Polcevera. Per quanto riguarda la Regione e il suo presidente, si sono sprecate le polemiche degli ambientalisti di fronte alla sua nomina a commissario straordinario per l’emergenza causata dalle alluvioni liguri (quella genovese e quella che ha colpito lo spezzino). Burlando viene considerato l’indiscusso protagonista di una stagione politica in cui costa ed entroterra liguri sono stati caricati di oltre tre milioni di metri cubi di nuove volumetrie edilizie. Insomma, il simbolo stesso dell’esecrato «partito del cemento».

Svillaneggiare la sindaco, in un contesto simile, è pura ignoranza. Di primo acchito (e ad opera di cittadini colpiti ed esasperati) si tratta di una reazione comprensibile, un automatismo emotivo: diventa stucchevole quando qualche politicastro di terz’ordine strumentalizza la situazione per farne un cavallo di Troia ai danni dell’amministrazione comunale e del primo cittadino. Ma a che pro? Per una manciata di voti? Per una menzione sul giornale o una comparsata in tv? In casi come questi, chi fa politica ha solo due possibilità: o stare zitto (ma ciò è impossibile), o prendere in mano il badile e andare a spalare. E meno male che nella Superba piegata e sconvolta dalla furia dell’acqua ci sono ancora tanti cittadini, specialmente giovani, che superano di gran lunga l’intera ciurma delle schiene dritte comodamente appoggiate alle poltrone di Tursi, di Palazzo Doria-Spinola e di Via Fieschi/Piazza De Ferrari. Grazie a questi ragazzi: gli «angeli del fango», dinanzi ai quali dovrebbero vergognarsi tutti quegli altri «uomini di melma».

ALESSANDRO MANGINI

Abbiamo volutamente atteso un mese prima di pubblicare questo commento. Il tempo indispensabile affinché l’emozione facesse spazio alla riflessione.

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