Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Thursday November 15th 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Ricordare un prete, non dimenticarne un altro

Mons. Guido Merani succedette a don Grosso, ricevendo un’eredità difficile. Fu arciprete di Bavari da fine 1997 a inizio 2007. Si spense nel luglio 2008, quasi cinque anni fa. E’ giusto ricordare anche lui.

In questi giorni di celebrazioni laiche e religiose della cara e venerata figura di Don Guglielmo Grosso, è capitato che alcune persone mi chiedessero un pensiero da “storico” di Bavari e da parrocchiano e consigliere pastorale sul suo primo successore, Mons. Guido Merani. Tra pochi mesi, peraltro, ricorrerà il quinto anniversario della sua scomparsa.

Non ho problemi e nessuna esitazione in tal senso. Mons. Merani sul finire del 1997 ricevette un’eredità pesantissima e si trovò quasi all’improvviso sbalzato da una grande parrocchia di quartiere (N.S. della Guardia di Largo Merlo) a una semplice parrocchia di campagna, prestigiosa finché si vuole, ma pur sempre una piccola comunità non paragonabile a quella da cui proveniva (e che aveva egli stesso fondato).

Primavera 1999: il cardinale Dionigi Tettamanzi in visita pastorale a Bavari, accolto nel salone ACLI, alla presenza di Don Grosso e di Mons. Merani.

Non fu facile, per lui, pur prete da tanti anni e uomo di fiducia del cardinale Siri, sintonizzarsi sulle nuove frequenze, tastare il polso di una realtà tanto diversa. Da un lato c’era lui, dall’altro un paese ancora legatissimo, affettiva- mente e, oserei dire, epider- micamente, all’ex parroco. Don Grosso si era ritirato, ma la sua presenza era costante, incombente. Non dico niente di nuovo affermando che il loro rapporto non decollò. In separata sede, essi stessi facevano ben poco per nasconderlo. E dall’esterno l’impressione era questa. Se ne può fare una colpa a uno dei due, a entrambi? Sono persuaso che non spetti a noi giudicare. Simpatie e antipatie, finché restano tali, non sono peccati. Sono espressione del nostro essere uomini di carne e di sangue.

Mons. Merani volle dare una sua impronta personale alla parrocchia di Bavari, cosa del tutto logica. Rammento bene la sua irritazione quando qualcuno gli obiettava che «ai tempi di don Grosso non si faceva così». Col senno di poi, la sua era una reazione comprensibile, sebbene lì per lì ci dispiacesse. I preti non sono tutti uguali, come non sono uguali le epoche a cui appartengono e in cui si sono formati. Vent’anni di differenza sono un sacco. Ed essere parroco a Bavari nel ’50 o persino nell’80 non era la stessa cosa che esserlo nel 2000.

Personalmente, collaborai con Mons. Merani in modo molto stretto per tutti i primi sei anni della sua arcipretura bavarese, dal ’97-’98 al 2002-2003. E pure dopo, fino al termine del 2006, continuai a partecipare senza pause alla vita parrocchiale. A volte si andava d’amore e d’accordo, altre volte non c’era verso di fare sintesi tra idee divergenti, e la sua opinione di parroco finiva per essere prevalente. Lo prescrive, d’altro canto, il codice di diritto canonico.

Possedeva e manifestava un temperamento forte, non è un mistero. Io, dalla mia, posso dire di essere, da sempre, un cultore della mediazione; ma se m’intestardisco, quanto a caparbietà non son secondo a nessuno. Chi mi conosce, lo sa. Tuttavia, non ci mandammo mai al diavolo. Anzi, nel 2004 mi fu vicino in un momento un po’ delicato del mio percorso di vita; e quando fu colpito da ictus io e l’amico Salvatore Russo fummo fra i primi ad accorrere al suo capezzale. Da cristiani, si può litigare fino all’alterco, ma poi il rispetto per la persona resta immutato, insieme al senso di empatia per la sua sofferenza. Senza contare che cantarsele in faccia, anziché mandarsele a dire, a suo modo è una bella virtù.

A differenza del predecessore, il quale, specialmente nella sua estrema vecchiaia, era diventato il beniamino di tanti, Mons. Merani non godette di grande popolarità a Bavari. Questo diverso atteggiamento dell’ opinione pubblica, ovviamente, non li aiutò a fraternizzare. Alla lunga, si estraniarono. Bisogna aggiungere, però, che quando Don Grosso venne a mancare, Mons. Merani organizzò le cose affinché al vecchio prete fossero officiate esequie degne di un alto prelato.

Mons. Merani mosse mari e monti – gliene va dato atto, perché ebbe ragione del nostro scetticismo – per favorire il restauro della torre campanaria e del tetto della chiesa. Opere edilizie che costarono un occhio della testa e per le quali ottenne cospicui contributi anche da parte di una nota fondazione bancaria disponibile a sostenere progetti di manutenzione conservativa del patrimonio artistico locale. Se non ci cade il campanile addosso, o se non piove in chiesa, in fondo è quasi tutto merito suo. E se la salute non l’avesse abbandonato, la grande opera a cui si sarebbe successivamente dedicato sarebbe stata la ristrutturazione del campo sportivo. Ci ha pensato il suo successore.

All’inizio del suo mandato, riuscì a creare ex novo una scuola di catechismo affidandola interamente ai giovani: parliamo di ragazzi tra i diciotto e i ventidue anni. Gli stessi che animavano la corale, quella che ai tempi di Don Grosso si chiamava la “cantoria”. C’ero anch’io. La nostra autonomia era limitata? Ebbene sì. Ma oggi penso: diamine, avevamo vent’anni. Come si può pensare che un ragazzo di vent’anni insegni catechismo, ossia compia il servizio di trasmettere la fede, senza una forma di supervisione da parte del suo parroco? Naturalmente, in quella seconda metà degli anni Novanta, presuntuosi e spavaldi, eravamo ben lungi dal compiere questo ragionamento.

Con le associazioni cattoliche “storiche”, A.C.L.I. e Confraternita, non furono sempre rose e fiori. Per lui, essere arciprete significava interessarsi a fondo dell’associazionismo parrocchiale, dandogli un indirizzo e una direzione precisi. Spesso c’era insofferenza per il suo “interventismo”. Don Grosso si comportava diversamente? In generale, direi di no. La discriminante stava, a mio avviso, nel tipo di approccio. Quello di Don Grosso, più o meno paternalistico, si faceva forte della sua cinquantennale presenza a Bavari e dalla relativa somma di esperienze maturate sul campo, che lo rendevano incontestabile; quello di Mons. Merani, più decisionista, talora urtava – l’ho già detto sopra – contro un certo istinto di conservazione abbastanza restio ad accettare novità e cambiamenti.

Mons. Grosso e Mons. Merani accolgono il card. Tettamanzi sul piazzale del santuario di N.S. della Guardia (29.08.1999).

Che vi devo raccontare ancora? Io mi sento intimamente legato a Don Grosso, ma provo deferenza per la memoria di Mons. Merani. Il prete della mia infanzia e adolescenza, quello che popola i ricordi più belli, simpatici, divertenti, quello che m’ha battezzato e cresciuto nella fede e il cui pensiero mi suscita nostalgia e tenerezza, è il primo, il burbero e benevolo sacerdote piemontese, trapiantato a Genova e divenuto bavarese più di tanti che da queste parti son nati e vissuti. Ciò premesso, non posso e non voglio dimenticare che Mons. Merani a fine 2007, dopo aver celebrato la sua ultima messa a Bavari, già dimessosi un semestre prima da parroco a causa della malattia debilitante, stringendomi le mani mi sussurrò: «Ti ringrazio per tutto quello che hai fatto». Morì nel luglio seguente, sarà un lustro tra poco. Non ho mai dimenticato il suo ringraziamento, che mi commosse davvero.

Comprendo che a qualcuno dispiacerà l’aver associato Don Grosso e Mons. Merani. Qualcuno forse storcerà il naso. Ma sentite questa: ci sono stati altri casi, addirittura tra i campioni della fede, addirittura tra gli stessi apostoli, di ministri di Dio che si stavano cordialmente antipatici. Penso a Pietro e Paolo, che almeno in un’occasione – ve n’è traccia nella Lettera ai Galati, nella Bibbia, Parola di Dio! – battibeccarono senza ritegno. E che dire di papa Stefano e di san Cipriano, che si guardavano in cagnesco, essendo in disaccordo su alcune questioni teologiche? Di casi analoghi, nella storia della Chiesa, ce ne sarebbero a bizzeffe. E mi riferisco a santi onorati sugli altari.

A me piace credere che in quel Regno dello Spirito di cui come sacerdoti di Cristo sono stati entrambi annunciatori, le cose di prima, come recita la Scrittura, sono passate, finite, estinte: incomprensioni, dissapori, ruggini sono un fardello umano, troppo umano, che la luce di Dio con la sua potenza disintegra, annichila.

Perciò oggi me li immagino in piena comunione, nella Casa del Padre, nella pace del Paradiso. Con Don Grosso che magari ancora lo punzecchia compiaciuto: «Io la talare da monsignore me la potevo mettere dappertutto, tu soltanto a Genova!».

Ciao, Don Guglielmo, e ciao anche a te, Don Guido. Pregate per noi, che ne abbiamo bisogno.

ALESSANDRO MANGINI

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