Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Sunday July 12th 2020
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Francesco. Il sogno di una Chiesa semplice.

I pronostici, ancora una volta, sono stati tutti disattesi. Forse erano nient’altro che gli auspicî di vaticanisti a corto di idee. Il vecchio adagio ha ricevuto l’ennesima conferma: chi è entrato papa in conclave, ne è uscito con la stessa veste porpora di prima. E appare emblematico, almeno per chi abbia un barlume di fede, che a esser stato scartato sia chi, magari, davvero ambiva al Soglio, e che vi sia stato intronizzato chi, già otto anni innanzi, aveva allontanato da sé il voto dei confratelli.

Insomma, «Habemus Papam». Ci sarà tempo e modo per conoscere meglio questo 266° successore di Pietro. Le gazzette e i detrattori si sono scatenati già a ridosso dell’elezione, ma, si sa, chi non sa fare niente, insegna. Per intanto, qualche scarna elucubrazione:

1) alla domanda di rito: «Come vuoi essere chiamato?», il cardinale eletto ha risposto in modo del tutto irrituale: «Mi chiamerò Francesco». Vocabor Franciscus. Francesco. È questa la notizia-novità più importante e, consentitemi, rivoluzionaria discesa iersera dalla loggia di San Pietro. Ci si poteva legittimamente attendere un Giovanni Paolo III. Un Paolo VII. O forse, addirittura, un Giovanni XXIV, un Pio XIII o un Leone XIV. È venuto fuori un Francesco, un nome così comune da suscitare tenerezza. Un nome che ha il sapore del pane appena tolto dal forno. Il mistico riferimento potrà anche indirizzarsi, a detta di alcuni, a san Francesco Saverio, ma papa Bergoglio è troppo devoto e intelligente per non aver voluto omaggiare il più grande discepolo di Cristo del secondo millennio, il Poverello d’Assisi, colui che, semplice frate, ordinato diacono quasi per forza, sostenne sulle sue spalle una Chiesa sul punto di finire risucchiata in un gorgo di intrighi, iniquità e corruzione. Essere Francesco, che sfida immane! Significa assumersi il rischio e la responsabilità di una dichiarazione programmatica senza precedenti: annunciare al mondo, senza timori o reticenze, il sogno, l’utopia e il proponimento di una Chiesa umile, semplice, povera, pura, completamente intrisa di spirito evangelico, apostola di pace, di misericordia e d’amore. Un nome così è un impegno grandioso e terribile;

2) papa Francesco si è presentato all’Urbe e all’Orbe non in veste di pontefice massimo, ma di vescovo della diocesi di Roma, la comunità «che presiede alla carità», secondo il pensiero di Ignazio di Antiochia, padre apostolico del cristianesimo primitivo, da lui, non a caso, richiamato. Il papa non è vescovo di Roma in senso figurato, “per modo di dire”. Egli è il visibile sommo pastore della Chiesa proprio e solo in quanto vescovo della caput mundi, laddove Pietro, la prima pietra, offrì a Cristo la suprema testimonianza del sangue. Il papa, come dice una celebre profezia assai cara al beato Karol Wojtyla, è «un vescovo vestito di bianco», non un super-vescovo o un sommo sacerdote assiso su un seggio altissimo e irraggiungibile. In questo modo, papa Francesco ha lasciato presagire la sua forte determinazione a promuovere, irrobustendola, la collegialità episcopale, ossia la partecipazione corresponsabile dei vescovi al governo della Chiesa universale. Un orientamento quant’altri mai nel solco del Concilio Vaticano II. E come dimenticare quel suo lungo silenzio iniziale, appena comparso, così eloquente e carico: lassù, su quel balcone, c’era il servo dei servi di Dio, rapito in contemplazione del Corpo di Cristo palpitante laggiù, nella folla sterminata e vociante;

3) Francesco, parroco del mondo, ha pregato ed esortato alla preghiera. Non ha usato parole altisonanti, né ha fatto ricorso a elaborate composizioni liturgiche. Pater, Ave e Gloria: le preghiere che ci hanno insegnato, da bambini, mamma e papà, preti e catechisti della nostra infanzia. Che cosa è il cristiano, se non un figlio dell’unico Padre, un bambino sulle ginocchia di Dio, in qualunque stagione della sua vita terrena? Ecco, con quelle tre orazioni recitate con il cuore papa Francesco ce lo ha ricordato. Non è poco. Ma il momento più sublime è stato quello della richiesta di preghiera rivolta al suo popolo, al popolo di Dio in cammino, lì convenuto dinanzi al fratello chiamato a essere padre e pastore. In ginocchio di fronte al Signore e ai fratelli, come nel momento della lavanda dei piedi, il gesto più umile, e fraterno, ed esemplare, che ci sia. Un gesto che ribalta il mondo.

È troppo presto per prevedere quali linee direttrici seguirà l’azione pastorale di papa Francesco. È intuibile che si muoverà ad extra, ma anche ad intra. Custodirà il deposito della fede, su questo non val la spesa di nutrire dubbi. Le riforme e i cambiamenti che ha in mente non riguardano il patrimonio dogmatico della Chiesa. Tutt’altro. Di sicuro egli lavorerà per dare nuovo significato e nuovo impulso all’identità profonda, sostanziale, indefettibile della Chiesa: una, santa, cattolica (=universale) e apostolica. Il suo apparire ha suscitato tante aspettative e tante speranze. Il suo sorriso e la sua semplicità hanno subito conquistato molti. Ora, Santità, viene il difficile: tradurre in atto le meraviglie intraviste in potenza. Infiniti auguri.

ALESSANDRO MANGINI

Consigliere Pastorale Parrocchia di Bavari
Vice-Presidente A.C.L.I. San Giorgio Bavari

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