Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Wednesday August 12th 2020
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Bavari, la guerra, la liberazione

Bavari non attraversò indenne i cinque anni del secondo conflitto mon­diale. Nella primavera del 1943 si acquartierò in paese un reparto di artiglieria che piazzò nella zona dei Piani di Ferretto, in prossimità del cimitero, una batteria di quattro obici cali­bro 149, occultata sotto gli alberi di castagno. Altrettanti ne fu­rono installati a San Desiderio, in località Ciosa. Sembra che queste boc­che di fuoco dovessero servire a “coprire” il litorale in caso di sbarco nemico. A tal fine, tanto la batte­ria dei Piani di Ferretto quanto quella della Ciosa, risultavano colle­gate telefonicamente con una po­stazione militare sita in Apparizione, avente il compito di trasmettere indicazioni circa la direzione del tiro. Dopo l’8 settembre, queste dotazioni belliche sarebbero cadute in mani tedesche.

 Sulle alture circostanti caddero numerose bombe sganciate dalla flotta ae­rea anglo-ame­ri­cana, come manovra di alleggerimento dopo le incursioni notturne sul centro cittadino. Ri­spetto alla Grande Guerra, il numero dei caduti bavaresi fu mi­nore; questo si spiega con la dif­ferente natura del conflitto: guerra di trincea quello del ‘15-‘18, guerra di strategia quella del ‘40-‘45, con insistito uso delle nuove tec­nologie, spe­cie nei campi dell’aeronautica e della marina militare. A ogni buon conto, i bavaresi che vi persero la vita fu­rono una ventina, di cui uno inizialmente dichiarato di­sperso.

Particolarmente tragica fu la giornata del 27 novembre 1944. In fondo a via Li­vello esi­steva una postazione tempo­ranea dell’esercito, con mortai per esercita­zioni a fuoco. I tiri erano rivolti verso gli attuali campi sportivi di San Desiderio oppure verso il monte Castel­laro. Non tutti i proiettili esplo­devano; quelli ine­splosi non sempre veni­vano recuperati né se­gnalati e tanto meno disinnescati.

Un nutrito gruppo di bambini raccolse un proiettile di mortaio sul monte Ca­stellaro, fa­cendone un oggetto di gioco e cer­cando di provocarne l’esplosione lan­ciandolo manualmente il più lontano possi­bile. Provarono pure a get­tarlo giù dalla rupe tuttora esistente in fondo a via Li­vello, ma esso non esplose. Alcuni bambini, per motivi diversi, si allontana­rono, a recuperare le capre o le pe­core al pascolo, cui dovevano badare. Quelli rima­sti si cimentarono ancora nel tentativo di far esplo­dere il micidiale or­digno. Per loro sventura stavolta riusci­rono, pare facen­dolo ca­dere dall’altezza di circa un me­tro. Si era intorno alle 17.

La violenta esplosione mise subito in allarme tutto il paese, che accorse sul luogo della disgrazia. Si può immagi­nare l’immane scenario che si pre­sentò alla vi­sta dei soccorritori. Quattro bambini (Fran­cesco Po­mata, di anni tredici, Renato Pomata, di anni sette, Silvio Lastrico, di anni otto, Aldo Costa, di anni dieci) peri­rono sul colpo, dilaniati dalla deflagrazione, un quinto, il dodi­cenne Giovanni Lai­delli, so­prav­visse fino alla tarda se­rata dopo il ricovero urgente in ospedale.

Capi del Comitato di Liberazione Nazionale in Liguria

Dopo l’armistizio dell’8 set­tembre, il paese cadde interamente nelle mani degli inva­sori tede­schi, che allocarono le loro truppe nelle sedi delle associazioni locali: il co­mando di zona nella S.M.S. di Montesi­gnano, un distaccamento colli­nare nella So­cietà Cattolica «S. Gior­gio» e un altro nell’oratorio di San Bernardo, mentre la Società Catto­lica «S. Michele» di Montesi­gnano ospitava pri­gio­nieri russi caduti nelle mani dei nazifascisti e la S.O.C. «S. Pie­tro» di Fonta­negli fu occupata da bersaglieri al soldo della Repubblica di Salò. Questi ultimi, poi, decisero di unirsi alle bri­gate parti­giane e provocarono indirettamente la di­stru­zione della sede del sodalizio operaio catto­lico fontane­glino, che fu polverizzata con una ca­rica d’esplosivo in una notte del ‘44.

I militari tedeschi, che presagivano l’ormai imminente capitolazione dell’Asse, mina­rono la strada carrozzabile che da Borgoratti sale a Bavari in corri­spondenza del tratto di via Nasche che va dal civico 8 al civico 22, in località Ri­messa. L’operazione non passò inosser­vata e, nonostante la stretta sorveglianza, le locali S.A.P. (Squadre di Azione Patriottica) ri­u­scirono a neutralizzare le cari­che esplosive.

Un giovane P.E. Taviani parla al popolo genovese dopo la Liberazione

Nume­rose erano nelle adiacenze (specie in alta Valbisagno) le centrali ope­rative parti­giane: fra i loro capi riconosciuti, il gio­vane professore di storia e filo­sofia Paolo Emilio Ta­viani[1], formatosi nei ranghi del­l’Azione Cattolica, e il sociali­sta Gaetano Barbareschi[2], anch’e­gli della dirigenza cospira­tiva, en­trambi futuri mi­nistri della Repubblica in stretto rap­porto con Bavari e i suoi abitanti. Taviani ricordò sempre con estrema riconoscenza il silenzio e la solidarietà con cui i bava­resi, dall’estate ’43 (periodo in cui trasferì la propria residenza da Corso Carbo­nara a Bavari, auspice la fine dell’anno scolastico) tutelarono lui e la sua fami­glia per tutti i venti mesi della lotta per la liberazione. «Per tutti gli amici» precisava Ta­viani «io abi­tavo a Bargagli, che è abbastanza distante da Bavari dove stavano i miei genitori e dove andarono poi anche mia moglie e mio figlio. Lì nacque il mio se­condo bam­bino»[3]. Tra Barbareschi e Taviani i rap­porti rimasero sempre ottimi, fra­terni. Durante i mesi della loro attività cospira­tiva in seno al movi­mento parti­giano, ebbero occasione di scambiarsi decisivi favori. Nella seconda parte del 1944 Ta­viani, ricercato dai nazifascisti, corse seriamente il rischio di essere cat­turato e passato per le armi. Un professore del liceo “Colombo”, torturato, non resse alle sevizie e fece il suo nome. Anche il socialista Vannuccio Faralli fu tortu­rato dalle SS per strappargli ri­velazioni in merito al rappresentante democri­stiano nel C.L.N. ligure e alla sua famiglia; ma quest’ultimo eroi­camente tacque. Anzi, con l’aiuto di un carceriere segreta­mente in combutta con i resistenti, inviò un bi­glietto a Barbareschi – in quelle set­timane na­scosto a Bavari – in cui era scritto testualmente: «Dite subito a Pitta di scappare». Pitta era Ta­viani, che aveva scelto il nome di battaglia di Riccardo Pittaluga.

Gaetano Barbareschi, antifascista, leader socialista genovese

In quegli anni Bavari non rimane certo immune dai contraccolpi economici e sociali provocati dal conflitto. Questa, per sommi capi, la situazione: i generi ali­mentari scarseggiano, vengono razionati per anni interi, e logicamente prospera il mercato nero[4], al quale le auto­rità s’oppongono senza suc­cesso; il mercato del la­voro è in tilt, e la disoccupazione dilaga nei set­tori non collegati all’industria bel­lica; gli scambi commerciali sul piano internazionale sono praticamente inesi­stenti; le istituzioni, e con esse i servizi e le infrastrutture di pubblica utilità sono letteralmente in frantumi; i magri salari che finiscono nelle tasche dei bavaresi (all’epoca appartenenti in via pressoché esclusiva alla classe operaia) non solo non sono sufficienti a sod­disfare le esigenze di famiglie con tante bocche da sfamare, ma addi­rittura non hanno po­tere d’acquisto, perché le mensole delle botteghe si presentano miseramente vuote. La gente è esa­sperata dalla fame e dalla povertà, è in preda all’ansia (se non alla disperazione) per le sorti dei propri cari chiamati o richiamati sotto le armi, è atterrita dal suono delle sirene che, dal fondo­valle, an­nunciano l’imminente bombardamento aereo[5]. A questo drammatico stato di cose, si aggiunge il fenomeno del massiccio sfollamento della città[6]: una enorme massa di genovesi (stime della prefet­tura parlavano di circa centomila persone) si disse­mina nelle fra­zioni, nei centri minori e nei piccoli comuni della provincia. Anche a Bavari e nel suo contorno tale fenomeno assume una robusta consi­stenza.

Alla metà del 1944 l’Intelligence Service statunitense, di concerto con il Cln, sembrò sul punto di organizzare un ingente sbarco di truppe nella zona tra Quinto e Nervi, per con­cen­trare proprio in Valle Sturla un alto potenziale bellico atto a distogliere l’esercito tedesco da even­tuali progetti di di­struzione della città. In quel caso, Bavari si sarebbe trovato nel bel mezzo del campo di batta­glia, con gli Alleati stanziati a fondovalle e in marcia verso nord e i reparti militari tedeschi impe­gnati a mante­nere le posizioni. Una simile mossa avrebbe pro­babil­mente comportato la distru­zione delle comunità dell’alta Valle Sturla e di parte del­l’alta Val Bi­sagno (Doria e Prato). Fu anche grazie al parere nega­tivo di Taviani se tale strate­gia fu provvidenzialmente scar­tata.

25 aprile 1945, i partigiani sfilano in via XX Settembre

Nel febbraio del 1945 un’azione concertata tra partigiani e S.A.P. permise la cattura di dician­nove soldati tedeschi, ivi compreso un ufficiale, complice il tra­dimento di un commi­litone di na­zionalità bielorussa o ucraina. I suoi camerati erano soliti trascorrere la notte all’interno di una casa requisita, in località Ma­donnetta, al culmine di via Domenico Induno. Tagliati i fili del telefono e neu­tra­lizzata la sentinella, i sapisti irruppero nella casa ed ebbero facilmente ragione del nemico asson­nato. Spogliati di armi, munizioni e altre attrezzature, i tedeschi fu­rono tradotti nottetempo a Bargagli.

Il 25 aprile e i giorni che ne seguirono furono per il paese giorni di festa ma anche di ven­detta e tragedia: vi persero la vita l’ex segretario generale del Comune di Bavari, rag. En­rico Ben­venuto, freddato nel centro di Bavari a poca distanza dalla sua abitazione in via Pog­gione, e un certo Oreste Beccarelli, ucciso nei bo­schi di Campora, presso Monte­lungo. Altri as­sassi­nii av­vennero nelle vicinanze[7]. Sangue al san­gue, secondo l’inesorabile e primi­tiva legge del taglione.

Lo stesso don Grillo preferì ab­bandonare la parrocchia e rifugiarsi in curia, te­mendo possibili ritorsioni ai suoi danni (corre voce che il giorno della Libera­zione fosse stato esploso qualche colpo di fucile contro le impo­ste abbassate della canonica, in segno di tetro avverti­mento). Per circa nove mesi la comunità eccle­siale bavarese fu così go­vernata da un reggente. A onor del vero, però, bisogna dire che questo sacerdote nei mesi della guerra partigiana ospitò nella chiesa mons. Franco Costa, futuro arcivescovo e amico per­sonale di Paolo VI, ri­cercato dai tedeschi per la sua posizione antifascista e partecipò al batte­simo del secondo fi­glio di Paolo Emilio Taviani, Cesare, celebrato in segretezza, al riparo da occhi e da orecchi indiscreti, nel luglio ‘44. Si può quindi concludere che, almeno nell’ul­tima fase del conflitto, questo arciprete abbia avuto il coraggio di mettere in di­scussione le sue precedenti idee poli­tiche, forse dinanzi alla constata­zione della rovina civile e sociale a cui il defunto regime fa­scista aveva portato l’Italia.

A partire dal 24 aprile 1945, vigilia dell’insurrezione popolare, i partigiani organizza­rono un posto di blocco al bivio alla confluenza di via alla Chiesa S. Giorgio di Bavari con la strada prove­niente da San Desiderio. Due gruppi di sol­dati tedeschi, sostanzialmente allo sbando ma ancora armati, furono fermati e catturati con l’uso della forza, mentre tentavano di guadagnare la statale 45 at­traverso il valico di Bavari. Uno dei due gruppi, che procedeva su una corriera, riuscì probabilmente a forzare il posto di blocco, ma la sua marcia fu poi de­finiti­vamente troncata a Sella. «Nel giorno della sfilata delle Brigate Partigiane per le principali strade di Genova» rivela lo storico locale Giuseppe Cassi­netto «la corriera fermata il 24 aprile fu utilizzata dai partigiani di Bavari e Sella per recarsi a parte­cipare a quella manifestazione»[8]. I pri­gio­nieri furono rinchiusi per qualche tempo nella cappella del Sacro Cuore di Sella, prima di essere consegnati agli anglo-americani.

Negli ultimi scontri ingaggiati nelle giornate della Liberazione (si ha notizia, per esem­pio, di una violenta battaglia tra patrioti e tedeschi al Forte Ratti ancora in data 25 aprile), ri­mediò le ferite che poi lo condussero a morte il giovanissimo par­tigiano comunista Benito Mer­lanti, classe 1926, che fu tra i fondatori della Brigata Partigiana “Nino Franchi”, operativa in Valle Sturla e in Valbisagno e alla cui me­moria cinquant’anni più tardi sarebbe stata dedicata una via nel cuore del paese. Fra le altre forma­zioni patriottiche che si segnale­ranno in zona du­rante i diciotto mesi di lotta resistenziale, biso­gna ricordare la Brigata Gari­bal­dina “Iori”, ini­zial­mente stanziata sulla catena dell’Antola, la Brigata di Giustizia e Li­bertà “Giacomo Mat­te­otti”, stabilita in Val Fontanabuona, nonché la Brigata Volante “Severino”.

©ALESSANDRO MANGINI


[1] Paolo Emilio Taviani nacque a Genova il 6 novembre 1912, da Ferdinando ed Elide Banchelli. Compiuti gli studi su­periori al liceo classico «D’Oria», dal 1930 al 1940 conseguì ben tre lauree: in giurisprudenza, in sto­ria e in scienze sociali. Fu tra i più noti capi partigiani di area cattolica e contribuì a fondare, nel 1943, il partito della De­mocrazia Cristiana. Padre costituente nel 1946, ha la paternità di alcuni articoli di carattere economico conte­nuti nella legge fondamentale dello Stato. Dal ‘48 fino alla morte fece ininterrottamente parte del Parla­mento na­zio­nale. Tra gli anni ‘50 e la metà degli anni ‘70 fu va­rie volte prescelto per ricoprire importanti incari­chi ministe­riali, prima nei governi centristi, poi nel primo centro-sinistra. Dopo la fine dei suoi impegni di go­verno, si dedicò con fervore assoluto ai prediletti studi colombiani, divenendo in breve un’au­tentica auctoritas in questo campo. Nel ‘91 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo nominò senatore a vita per ec­cezio­nali benemerenze negli ambiti politico, sociale e culturale.

Con Bavari Taviani ebbe sempre un rapporto fatto di virile affetto e di grande attenzione. Partecipò nei de­cenni a tutti gli avvenimenti sociali che animavano la vita della piccola comunità. La protesse da quello scempio edilizio che nel secondo do­poguerra colpì e sfigurò i paesi vicini di San Desiderio e di Sant’Eusebio. Mantenne stretti contatti con l’arciprete Guglielmo Grosso e con altri suoi uomini di fiducia ivi residenti. La pubblicistica, amica e avversa, lo apostrofò «il re di Bavari». Ve­nuto a mancare nel giugno del 2001, stroncato da un ictus, volle che la cerimonia funebre – oltre alle esequie di Stato volute dal Presidente della Re­pubblica Carlo Azeglio Ciampi – avesse luogo nel Santuario di N.S. della Guardia in Bavari, della quale era fi­lialmente devoto. Al rito presero parte il ministro dell’interno, Claudio Scajola, del quale per lunghi anni Taviani era stato il mèntore, il sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, e la presidente della provincia, Marta Vincenzi. Pre­senti pure gli ex sindaci di Genova Fulvio Cerofolini e Giancarlo Piombino, che tenne una commossa orazione funebre. Paolo Emilio Ta­viani riposa ora nel piccolo cimitero campagnolo di Bavari, accanto ai ge­nitori e al fi­glioletto Pietro, perso all’età di otto anni.

[2] Gaetano Barbareschi nacque a Genova nel 1889. Iniziò a lavorare giovanissimo come operaio nel­l’azienda tranvia­ria; nel 1903 entrò nelle organizzazioni sindacali e nel 1913, appena ventiquattrenne, fu eletto segretario della federazione nazionale dei ferrotranvieri. Partecipò alla Grande Guerra e dopo questa drammatica espe­rienza s’iscrisse al Partito socialista italiano – dilaniato dalle correnti estremistiche che di lì a poco avrebbero dato vita al Partito comunista – assumendo contem­poraneamente l’incarico di segretario della Camera del Lavoro di Sampierdarena. Antifascista, venne incarcerato per la sue idee politiche nel penitenziario di Marassi, poi libe­rato nel corso di un rocambolesco trasferimento a bordo di un cellulare. Dopo la Liberazione, fu chiamato dal partito a dirigere «Il Lavoro», organo dei socialisti genovesi, e in quel medesimo anno fu nominato ministro del lavoro nel governo presieduto da Ferruccio Parri; a tale incarico fu confermato nel successivo gabi­netto De Ga­speri. Eletto nel 1946 all’Assemblea Costituente, contribuì alla stesura della carta costituzionale. Senatore dal ‘48, fu rieletto nel ‘53, nel ‘58 e nel ‘63. Fu anche, spesse volte, consigliere comunale della città di Genova. Morì re­pentina­mente nell’autunno del 1963. Socialista riformista, Barbareschi coltivò con singolare attenzione il rap­porto con il mondo cattolico (credente, ebbe funerali religiosi). Nel ‘48, insieme alla federazione socialista geno­vese, disap­provò la scelta di Pie­tro Nenni di formare il fronte popolare di sinistra insieme con il PCI di Palmiro Togliatti, an­che se non volle seguire Giu­seppe Saragat nella scissione socialdemo­cratica di Palazzo Barberini.

Durante gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, nel bel mezzo della lotta partigiana, la sua famiglia trovò rifugio e protezione a Bavari. Per questa ragione, Barbareschi nutrì fino alla morte un sentimento di gratitu­dine e di profonda amicizia nei confronti delle buone genti del paese, che avevano prestato soccorso ai suoi cari mentre egli era recluso o alla macchia. Seguì con attenzione le attività della Società di Mutuo Soccorso e della se­zione socialista di Bavari. Si ricordano le sue rac­comandazioni ai compagni più giovani, intese a spro­narli a cu­rare l’istruzione dei figli, per consentire loro di non ri­manere anche in futuro – a causa dell’ignoranza – schiacciati sotto il calcagno delle classi più abbienti. Gaetano Barbareschi riposa, fin dal ‘63, nel piccolo cimitero bavarese.

[3] Testimonianza di P.E. Taviani tratta da C. Brizzolari, Un archivio della Resistenza in Liguria, ed. Di Stefano, Ge­nova 1974.

[4] Non poche famiglie, soprattutto tra le più numerose, di Bavari, di San Desiderio, di Fontane­gli, si diedero alla “salinatura”, ossia alla produzione artigianale del sale: recandosi fre­quentemente sulle spiagge, vi attingevano damigiane di acqua marina da cui poter ricavare il sale; una consistente parte del quale, insieme con modesti quantitativi d’olio d’oliva, veniva trasportato fino al basso Piemonte e barattato con farina. I pie­montesi, infatti, abbisognavano di frequenti approvvi­gionamenti di sale specialmente per mandare avanti la pic­cola e media industria salumiera, lì assai attestata. Naturalmente tali scambi commerciali erano considerati illeciti e perseguiti dalle auto­rità.

[5] Per quanto riguarda i bombardamenti, Bavari ebbe la fortuna di non subirne (a parte in una isolata oc­ca­sione) grazie alla sua posizione geografica di relativa distanza dal centro urbano e industriale e al fatto che le bri­gate partigiane non erano massicciamente stanziate sulle alture più prossime. Tuttavia, la popolazione poteva os­servare i raid aerei delle truppe alleate, e soprattutto udire i tremendi boati che giungevano dalla città e anche da località molto vicine: basti pensare che fu bombar­dato anche Prato, nel fondovalle della media Valbisagno. Il bombardamento isolato cui abbiamo accennato avvenne in loca­lità Nattia, nei pressi di Cadelbianco, dove l’inva­sore supponeva trovarsi un deposito di munizioni in mano ai partigiani.

[6] Su questo fenomeno e sulle sue dinamiche, cf. L. Borzani – A. Gibelli  (a cura di), Genova in guerra, ed. S.E.P. Il Se­colo XIX, Genova 1992, pp. 61-67.

[7] Si ricorda, a titolo di esempio, l’uccisione della giovane Franca De Ambrosis, di anni ventisei, residente in sa­lita Se­rino, e del fidanzato Francesco Ardizzone, milite della 31° Brigata nera; del venticinquenne geometra Lo­renzo Campucci, ci­vile, di origini meridionali, rinvenuto cadavere il 31-05-’45 in salita alla Chiesa di Bavari.

[8] G. Cassinetto, Un preambolo – Un racconto – Un po’ di storia e ricordi… Alta Valle Sturla 1940-1945, Genova 2006, p. 123.

Lascia un messaggio

Tu devi essere loggato Inserire un commento.



Better Tag Cloud