Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Thursday May 23rd 2019
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Cinque anni dopo, un ricordo del Dottor Raschi

Anche se sono trascorsi quasi un paio di mesi dal quinto anniversario della sua morte, ripubblico volentieri un mio scritto comparso  sull’edizione 2008 del giornalino della Croce Azzurra. La messa in rete ne permetterà una più ampia e duratura diffusione. Non lo faccio a mio vanto, ma per onorare la memoria del “Dottore”: ö sciö megö Luigi Raschi, un uomo difficile da dimenticare. E infatti non lo dimentichiamo. (A.M.)

Insieme con don Grosso, il dottor Raschi era una delle due autorità stanziali del nostro paese. Dico “stanziali” perché ce n’era almeno una terza, l’on. Taviani, che risiedeva a Roma, a stretto contatto con le alte sfere della politica nazionale. Loro due invece erano autoctoni a tutti gli effetti. Non c’era avvenimento gioioso o luttuoso, nella vita di Bavari, che non li vedesse presenti. Nelle vecchie fotografie ingiallite degli anni ’50 solo a fatica si riconosce in quel serioso e compìto gentleman che vi è immortalato, un ragazzo non ancora trentenne. Eppure il dottor Raschi aveva appena venticinque anni quando, fresco di laurea, il Servizio Sanitario Nazionale gli affidava la “condotta” di Bavari e dell’alta Valle Sturla. E aveva solo ventinove anni quando, in compagnia di don Grosso e di una manciata di giovani uomini volenterosi, fondava la P.A. Croce Azzurra e ne assumeva la presidenza. Correva l’anno di grazia 1956. Una vita fa per chi non c’era. Ieri, per chi, con il ricordo, può spingersi a ritroso fino a quei tempi.

Il dott. L. Raschi in una foto del 1963

Essere medico vuol dire incontrare e affrontare ogni giorno della propria vita il dramma e il mistero del dolore. In un certo senso, il medico è una sorta di sacerdote. Curare i corpi è una sfida, esattamente come curare le anime. L’essere umano è infatti un impasto di corporeità e di spiritualità: Luigi Raschi questo lo sapeva bene. Non credo di peccare di facile retorica se dico che per lui essere medico non significava esercitare una professione bensì corrispondere a un’autentica vocazione. E la medicina per lui non era una semplice scienza, ma l’arma con la quale egli combatteva un’interminabile battaglia in favore della vita. E un’arte, con cui egli luminosamente dava espressione alla sua e all’altrui voglia di vivere.

Luigi Raschi, a Bavari, era «ö sciö megö». Un personaggio pubblico di cui si nutriva un rispetto che, a volte e a dispetto di lui stesso, sconfinava nella venerazione. Ma non era idolatria, era una forma di affetto molto puro. Perché “il Dottore” – potevi avere tutte le lauree che volevi, ma nel Bavari di quegli anni solo a lui questo titolo spettava per antonomasia – era sempre pronto a intervenire ogniqualvolta qualcuno avesse chiesto aiuto; non c’era orario in cui non potesse essere disturbato, né stagione in cui si concedesse un periodo di ferie, di strameritato riposo.

Molti di noi ricordano lo struggimento che provò nel momento in cui dovette forzatamente andare in pensione. E ci andò, in pensione, solo perché obbligato dalla legge, continuando peraltro a esercitare la sua professione (stavo per scrivere: il suo ministero) fino all’ultimo respiro. Nella primavera del 1997, quando lasciò il suo incarico, due interi paesi – Bavari e San Desiderio – si mossero e scesero in piazza per festeggiarlo con tutti gli onori. «Ci ha curato con la scienza e con il cuore» fu il giudizio concorde che tutti i suoi assistiti diedero allora di lui. Ed era vero.

1956: don Guglielmo Grosso e il dr. Luigi Raschi inaugurano la prima autolettiga della P.A. Croce Azzurra di Bavari

La Croce Azzurra deve a Raschi non solo la sua nascita, ma anche il suo primo, fondamentale modello organizzativo e sviluppo. La sua presidenza durò ventisei anni. L’intuizione di istituire un “gruppo donatori sangue” fu tutta farina del suo sacco, e dovette pure scontrarsi con le esitazioni di molti. Se oggi la Pubblica Assistenza di Bavari è additata, all’interno dell’ Anpas e dell’ associazionismo in genere da un lato, e delle istituzioni pubbliche dall’altro, come un esempio da seguire, è anche merito di chi più di cinquant’anni or sono seppe gettare fondamenta tanto solide e stabili.

Nell’ultima fase della sua attivissima vita, Luigi Raschi si prodigò soprattutto in favore dei giovani. Come medico e come uomo dichiarò guerra senza quartiere alla tossicodipendenza e allo spaccio degli stupefacenti, facendo di tutto per evitare che i ragazzi di Bavari e di San Desiderio abboccassero a quella micidiale esca. Raschi non aveva paura e si esponeva con tutta la forza della sua personalità e con tutta l’autorevolezza di ciò che rappresentava. Diede in questo modo il via a un’importante fase di impegno e azione sociale attraverso l’istituzione dei locali “Gruppi Prevenzione Droga”, operativi per tutti gli anni ’90 fino agli albori del nuovo millennio. Oggi l’alta valle Sturla avverte fortemente la mancanza di questo tipo di realtà organizzate, di cui il Dottore fu il promotore e l’anima.

È stato doloroso assistere al suo progressivo decadimento fisico, ma è stato confortante constatare che il suo spirito è rimasto lucido, libero e indomito sino alla fine. Ha sempre detto ciò che pensava, Luigi Raschi. Nel bel mezzo dell’ipocrisia e della falsità dilaganti che caratterizzano i giorni nostri, la sua parola, a volte spigolosa, poteva forse urtare o risultare persino sgradita, ma costituiva la sostanza profonda del suo pensiero, di cui egli si assumeva tutta la responsabilità. Capire che la propria esistenza sta volgendo al termine è una sensazione tremenda per qualsiasi essere umano, ma per un medico, avvezzo a combattere ogni giorno contro la vecchia signora armata di falce, deve essere ancora più sconvolgente. Eppure i suoi occhi hanno lanciato lampi di vivacità sino al compimento del passo estremo.

Sarò banale, ma basta soltanto una parola per fare sintesi di tutto quanto è stato detto, e anche di ciò che, senza volere, è stato trascurato. Una parola semplice e antica, una parola genuina come tutto ciò che è veramente buono. Una parola breve, spesso abusata eppure ancora pregnante. Caro Dottore, solo una parola: GRAZIE.

ALESSANDRO MANGINI

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