Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Saturday July 11th 2020
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

La crisi e gli enti locali: il caso Genova

Genova, la nostra città, conta un ingente numero di problemi irrisolti; alcuni cronici, altri fi­gliati dalla crisi economica, strutturale, che attanaglia l’Occidente – e, nella fattispecie, l’Europa mediter­ranea – dal 2008 in avanti. È come se il sistema capitalistico fosse stato colpito da un ictus. E, data la centralità assunta dal grande capitale nelle dinamiche economico-finanziarie dei Paesi indu­strializzati, gli effetti devastanti di questo repentino evento patologico si sono immediatamente ripercossi sul resto dell’organismo sociale. Se in precedenza le società avanzate comprendevano an­cora qualche isolata sacca di povertà, da almeno un lustro l’area del disagio si è notevolmente am­pliata. Questo stato di cose ha messo a dura prova (diremmo meglio: a repentaglio) quell’impianto di welfare pazientemente costruito dal riformismo cattolico e socialdemocratico nella seconda metà del Novecento.

C’è da chiedersi se il difetto non fosse nel modello di sviluppo, caratterizzato, negli ultimi trent’anni, da un surplus di liberismo che avrebbe dovuto sprigionare nuove energie e creare nuova ricchezza per mezzo della globalizzazione dei mercati, mentre, viceversa, ha spianato la strada al domi­nio incontrollato delle multinazionali, alla destrutturazione del regime a economia mista varato nel dopoguerra, alla messa in crisi del (servile e connivente) sistema bancario, a una parossistica diminu­zione del valore del denaro e del lavoro.

Genova, in questo quadro generale, appare come una città stramazzata al suolo. Da tempo i princi­pali centri direzionali hanno trasferito altrove le loro sedi. L’industria pesante e manifatturiera sta via via abbassando le saracinesche. Il Terziario – e il Terziario avanzato –, pur presenti in mi­sura non trascurabile, non sembrano in grado di dare sfogo alla domanda occupazionale esistente. Le piccole e medie imprese scontano il calo verticale dei consumi e l’inesistenza, nel genovesato, di un hinterland degno di questo nome. Il Porto – fulcro e motore dell’antico emporium ligure – fun­ziona a singhiozzo. Molti giovani, soprattutto quelli ad alta scolarizzazione, sono costretti a cercar for­tuna lontano dalla Superba. I servizi sociali e il volontariato spesso non sono in grado di fronteggiare il crescente malessere dei ceti meno abbienti e delle frange più problematiche e borderline della popolazione.

La politica non sa che pesci pigliare. La Regione, nei confronti del Governo, esercita un potere contrat­tuale molto debole, quasi residuale, rispetto a quello detenuto e fatto valere da Piemonte, Lombar­dia e Veneto. Il Comune di Genova, in mano a una litigiosa maggioranza di sinistra-centro di cui l’attuale sindaco non pare capo ma ostaggio, non ha le carte in regola né per realizzare pro­grammi di lungo respiro, né, addirittura, per occuparsi in modo efficiente della gestione del territo­rio. Intendiamoci: non è neppure tutta colpa sua. Le risorse economiche sono così limitate che Tursi incontra serie diffi­coltà anche a provvedere all’ordinaria manutenzione della città. Ed è purtroppo prevedibile che la pesante leva fiscale azionata dalla Giunta Doria per il secondo anno consecutivo non otterrà altro risultato se non deprimere ulteriormente il tessuto economico cittadino, senza offrire in cambio un pur minimo miglioramento della qualità della vita.

Resta in piedi la grave questione del decentramento rimasto inattuato. Nel 2006, il Comune di Genova aveva formalmente assunto l’impegno, trasformando le Circoscrizioni in Municipi, di asse­gnare degli effettivi poteri decisionali a questi organismi di partecipazione, peraltro rappre- sentativi, ciascuno, di una popolazione numericamente pari o persino superiore a quella di un comune di me­dia grandezza come Savona. Si sarebbe così avviata, oltretutto, una forte sburocratizzazione della mac­china comunale. Invece, la riforma del 2006 non si è concretizzata proprio nel suo punto più impor­tante. Le nove Circoscrizioni sono diventate nove Municipi, ma al cambio di nome è conse­guito soltanto un modesto riordino dell’organigramma istituzionale: se prima c’era spazio per un presi­dente e trenta consiglieri, dal 2007 compaiono un presidente con una giunta di tre assessori e un consiglio di ventiquattro membri. Le funzioni e i poteri del Municipio non sono stati accresciuti e rimangono, quindi, pochi, mal assortiti e fondamentalmente inadeguati.

Una città in debito d’ossigeno come la nostra avrebbe dovuto investire molto di più in un decentra­mento di nome e di fatto, ispirato a una logica non solo di generica compartecipazione ma di auten­tica sussidiarietà, quel principio regolatore per cui se un ente di livello inferiore è capace di fare qualcosa, l’ente di livello superiore deve cedergli questo compito, all’occorrenza sostenendone l’azione. È andata diversamente, forse per le resistenze tanto dei politici quanto dei burocrati, timo­rosi di perdere potestas et auctoritas. Resta ora da capire se e come l’introduzione della “Città Metropoli­tana” (prevista per il 2017) sarà funzionale a colmare questa lacuna.

Una crisi epocale come quella che stiamo vivendo richiede, sul piano della pubblica amministra­zione, enti locali radicati e operativi, non il contrario (che è quanto ci ha dato a intendere per un paio di decenni il pensiero unico neoliberista). Perpetuare l’esistente, ossia accanirsi terapeutica­mente su un pletorico macrorganismo agonizzante, che non è più carne né pesce, non solo non serve a nulla, ma ritarda e complica il passag­gio a un apparato organizzativo di nuovo conio, razionaliz­zato (senza essere ridotto all’osso), di cui si avverte, non certo per capriccio, l’indifferibile biso­gno.

ALESSANDRO MANGINI

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