Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Sunday September 22nd 2019
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Gira che ti rigira…

Avrei voluto scrivere  sulla storia medievale genovese ma oggi ho deciso di cambiare idea e buttare giù qualcosa sulla storia recente.

Oggi è domenica 12 ottobre 2014. Stiamo in casa aspettando la nuova ondata di maltempo. Per strada i coraggiosi angeli del fango spalano “bratta” dopo la disastrosa alluvione della notte del 9.

Non mi ricordo l’alluvione del 1970; ero troppo piccola e ne ho sempre sentito parlare. Nel 1970 il ponte di Sant’Agata abbattuto in parte, il cimitero monumentale di Staglieno invaso dalle acque che trascinano via le bare con le salme destinate all’estremo riposo, macchine e moto portate via dal Bisagno, dal Ferregiano ed altri rivi che esondati travolgono tutti e tutto.

Ricordo però l’alluvione del 2011. Insegnavo in una scuola media a Struppa e ho in mente come ora il panico dei miei alunni per il black out elettrico. Eravamo una scuola fortunata: posizionata in cima ad una salita non abbiamo rischiato di finire a bagno. Però dalla sala professori vedevamo le macchine galleggiare come barchette sull’acqua, genitori che arrancavano per portare via i figli e un padre che mi prende da parte e mi dice:  “Prof, non lo dica alla mia bambina ma abbiamo perso la casa, non abbiamo più niente”. Che si dice in questi casi? “Mi dispiace” o qualche altra stereotipata formula di cortesia?  Mi è venuto da dire: “Ringraziate il cielo che siete tutti insieme e tutti vivi”.

Quel giorno arrivai a casa la sera dopo una rocambolesca avventura per raggiungere il mio domicilio. Da Struppa a San Fruttuoso non fu un viaggio di piacere.  Le montagne intorno a Molassana buttavano acqua come se una mano gigantesca le strizzasse tipo spugna. Una gentile collega motorizzata mi portò con la macchina fino alle Gavette e da lì andai con l’acqua agli stinchi fino a casa rischiando di scivolare nel fango. Avanzando lungo il quartiere di Marassi il cuore mi si stringeva: la scuola che frequentavo da bambina con accanto una catasta di macchine, il forno in cui sono nata allagato irrimediabilmente, corso Sardegna inagibile, il portone di casa con un mosaico di fango.  E parlo esclusivamente  della mia esperienza personale .

Dopo polemiche, accuse e via dicendo.

La notte del 9 ottobre 2014  mi è arrivato un sms di possibili esondazioni del Bisagno. Cinque minuti dopo – e non in senso metaforico- la mia strada veniva coperta dalle acque. Sembrava di vivere a Venezia : mancavano solo le gondole. Il black out rendeva tutto molto suggestivo.

La piena è arrivata in tarda serata per fortuna. Se fosse giunta alle sette del mattino ci sarebbero stati molti morti, dispersi e feriti. La sottoscritta, come molti altri, la mattina presto prende l’autobus a Sant’Agata per raggiungere il proprio posto di lavoro. Siamo sempre gli stessi; muratori con i pantaloni macchiati di calce, operai con la borsa porta-pranzo, insegnanti con le cartelle piene di compiti corretti, studenti con gli zaini pieni di libri. Siamo una combriccola eterogenea ma folta; del resto la zona è uno snodo importante per gli autobus. E se la piena fosse arrivata allora? Quanti morti saremmo qui a piangere? Ogni vita è preziosa ed è indegno ritenerci fortunati perché soltanto una persona è morta quella notte nella piena.

Mi domando cosa sia cambiato dal 1970 ad oggi. Direi niente o forse anche meno. Siamo una città già fortemente in crisi, il 2011 ci ha messo in ginocchio e ora? Gli esercizi commerciali sono alle corde, le case e le cantine affogano letteralmente, le macchine e gli scooter – comprati con grandi sacrifici – sono stati spazzati via, la gente non piange nemmeno più perché non ha più lacrime.

E nella mia strada ci sentiamo fortunati perché siamo ancora tutti vivi; nessuna vittima tra noi, solo voragini e danni materiali. Per quanto saremo fortunati ancora?

CATERINA DE FORNARI

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