Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Monday September 24th 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Non c’è fango che tenga. A patto che…

Alcune note, sotto forma di voci dal sen fuggite (…ma apposta, perché nescit vox missa reverti, per chi sa un po’ di latino), a commento, spero costruttivo, dei drammatici fatti di cui noi genovesi siamo stati testi­moni poco più di una decina di giorni fa.

Via Pontetti nella zona di Sturla: immagine simbolo. Il disastro non ha riguardato solo il Centrocittà.

L’alluvione. Nella notte tra il 9 e il 10 ottobre, Genova è stata colpita dall’ennesima “bomba d’acqua”. Un evento meteo-rologico imprevisto, che ha provocato l’esondazione del torrente Bisa­gno nonché di torrenti e rivi minori. Come è noto, per la sua particolare natura geomor­fica, il capoluogo ligure, col mare di fronte e i monti alle spalle, è attraversato da un fitto reti­colo di corsi d’acqua. A farne le spese sono stati i quartieri centrali o immediatamente periferici (Foce, Centro, Ma­rassi, San Fruttuoso, Staglieno, Molassana, ma anche parte del sobborgo di Sturla). Centinaia e centinaia le abitazioni e gli esercizi commerciali allagati. La città ha pianto un morto, Antonio Campa­nella. Non si è registrato un bilancio più grave probabilmente solo in virtù dell’orario notturno della precipitazione.

L’arcivescovo di Genova card. Bagnasco raccoglie lo sfogo disperato di un cittadino dopo l’alluvione

Le responsabilità. La classe politica locale – questi sono fatti e non interpretazioni – ha subito messo le mani avanti respingendo ogni addebito. Sia il sindaco Marco Doria e la sua giunta, sia il presi­dente della Regione Claudio Burlando con i suoi assessori, hanno dichiarato che gli enti da loro pre­sieduti non hanno colpe per quanto successo. Comune e Regione hanno additato nell’Arpal l’anello spezzato della catena. La mancata allerta avrebbe cioè pregiudicato la tempestiva adozione dei piani d’emergenza. Dinanzi all’obiezione di non aver proceduto, dal nubifragio del novembre 2011 a oggi, alla messa in sicurezza del territorio, gli amministratori pubblici hanno replicato all’unisono che «non ci sono soldi» perché Roma non li ha messi a disposizione. Insomma, dalla parte del torto nessuno si vuole sedere; tanto per cam­biare. Unico barlume in tanto buio, il cardinale Angelo Bagnasco, che già il giorno dopo, tornato precipitosa­mente in sede (era impegnato a Roma per il sinodo episcopale), si è recato all’istante a far vi­sita agli alluvionati, prendendo i primi provvedimenti, attraverso la CEI, la Caritas e le parrocchie, in loro favore.

La cittadinanza. Infuriata, ma soprattutto disperata. Al di là della rabbia, motivata e comprensi­bile, il vero sentimento che alberga nel cuore dei genovesi è la paura. Paura che l’ennesimo disastro abbia a ripetersi con frequenza sempre più ravvicinata; paura che l’immobilismo di chi governa – o dovrebbe farlo – non muti di una virgola uno stato di rischio or­mai permanente. Paura che la loro vita (che non è solo sopravvivenza biologica, ma lavoro, famiglia, co­munità) ne esca compromessa o pesantemente alterata. Appartamenti invasi da acqua e fango; auto e moto fracassate o trascinate qua e là; strade letteralmente sventrate; negozi, officine e opifici, ma­gazzini e laboratori sommersi dalla furia dei rivi tombinati ed esplosi: questo è il quadro apocalit­tico che si è presentato la mattina dopo agli occhi dei cittadini, mentre la pioggia era ancora bat­tente e si mischiava alle lacrime di chi, per la seconda volta in meno di tre anni, aveva di nuovo perso tutto.

Il territorio. È il grande ammalato, il malato cronico. Piogge ingenti, anche se, per fortuna, me­glio di­stribuite, lo avevano ferito in più punti già lo scorso inverno. Frane a ripetizione, evacua­zioni di case, crolli o cedimenti di carreggiate: quasi un bollettino di guerra. Sì, perché a valle la città si al­laga, ma a monte le colline si sbriciolano. Vaste porzioni di città sono sicuramente vittime incolpe­voli della cementificazione selvaggia degli anni ’50 e ’60; ma tirare in ballo, oltre mezzo se­colo dopo, il tema della speculazione edilizia col corollario delle colpe dei palazzinari del tempo che fu, se non è ridicolo (e magari non lo è), di sicuro suona tanto come una facile scusante per giustifi­care contromisure in seguito mai prese. Genova e la Liguria non hanno i denari per prendersi cura del pro­prio territorio. È lecito allora attendersi che scenda in campo il Governo nazionale, in per­sona, anzi­tutto, dell’estroverso e carismatico primo ministro, facendo qualcosa di concreto (“con­creto” signi­fica “soldi”), dopo le tante sparate ad effetto con cui siamo stati bombardati. Chi abita nella Su­perba paga fior di tasse al pubblico erario. Esige che il suo contributo non serva solo ad ingras­sare una vasta galleria di chiacchieroni, incapaci, inconcludenti.

Gli “Angeli del Fango”, ragazzi e ragazze che hanno ripulito il volto deturpato della città

I giovani. Con le pale e le scope di saggina in mano, impantanati fino in cima ai capelli, generosi e idealisti, tanti ragazzi e tante ragazze si sono adoperati in ogni modo possibile per rimettere all’onore del mondo una città stramazzata nella polvere. Quegli stessi giovani (molti di loro, almeno) so­gnano un domani fatto di cose belle: un’occupazione, una famiglia, una vita sociale e culturale arric­chente, un mondo migliore da costruire insieme. Una domanda: che cosa stanno fa­cendo gli adulti per loro? Gli adulti non sono stati nemmeno in grado di badare ai più elemen­tari interessi della collettività. Gli adulti, acce­cati dai demoni del potere e del profitto, hanno avuto unicamente di mira il proprio tornaconto; hanno dato sfogo a uno spirito rapace e predatorio che, alla fine, ha nociuto a se stessi e a chi li circonda. Questi ra­gazzi, tra cinque, dieci, quindici anni, fa­ranno ingresso nel mondo dei “grandi”. Pensiamo di acco­glierli come meritano, oppure già ci fre­ghiamo le mani al pensiero di nuovi sfruttati pronti a sottomet­tersi alle imposizioni e ai ricatti irricevi­bili dei soliti sfruttatori? Stiamo molto attenti a non calpestare la loro dignità. La vera sporcizia, la vera melma, non è quella che essi hanno spalato. È quella che insozza l’anima di tanti padroni del vapore e della loro infima ciurma­glia.

Post fata resurgo. Genova risorgerà solo se i vecchi marpioni si faranno da parte, solo se a que­sta vil razza dannata suben­trerà una generazione nuova, una generazione “progettuale”, cioè mu­nita di idee e delle capa­cità di realizzarle, libera da condizionamenti, scollegata dalle attuali centrali del potere politico ed econo­mico. Questo è l’augurio sincero e commosso che – come ultimo per impor­tanza dei figli della Dominante, «Città regale, addossata a una collina alpestre, Superba per uo­mini e per mura, Si­gnora del mare» (Petrarca) – dal profondo del cuore io Le rivolgo.

ALESSANDRO MANGINI

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