Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Thursday April 26th 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

25 aprile. Dalla tragedia della guerra la grande lezione della Pace

La bella e suggestiva cerimonia del 25 aprile svoltasi a Bavari ci ha aiutato a riflettere su una serie di passaggi decisivi della nostra storia locale.

Abbiamo ricordato, grazie alla sensibilità umana e culturale del dott. Marcello Villa, alcuni nostri concittadini bavaresi caduti nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Uomini nel fiore degli anni, che da poco e per poco avevano assaporato la gioia della paternità, richiamati alle armi e tragicamente periti al fronte.

Il senso dell’iniziativa non è stato certo quello di esaltare il militarismo o le gesta belliche dell’esercito italiano, schierato, per scelta dei governanti di allora, dalla parte sbagliata. Al contrario: il ricordo appassionato di quei drammi è servito – a ormai 70 anni di distanza – a rimarcare, come recita la scritta posta in bella evidenza presso il Monumento ai Caduti, che «la guerra è la rovina dei popoli» e che essa produce lutti, orfani e vedove, spezza legami familiari e sociali, riduce allo stremo la gente comune. In positivo, il ricordo dei Caduti è altresì una vibrante esortazione a proclamare senza esitazioni il valore supremo della Pace, come prima e prioritaria condizione per la crescita e lo sviluppo della civiltà umana.

Pieno di significato è stato anche l’omaggio ai Partigiani Benito “Giorgio” Merlanti, Gaetano Barbareschi e Paolo Emilio Taviani. Una rosa rossa con coccarda tricolore è stata deposta sulle loro tombe. Un figlio di Bavari, Merlanti, morì ventenne dopo aver combattuto nella guerra di Liberazione contro il nazifascismo. Barbareschi e Taviani diressero la Resistenza e, nella successiva stagione politica, rivestirono gli incarichi di Padri Costituenti e di ministri del governo nazionale. Desta quasi stupore pensare che nel cimitero di un piccolo paese di campagna come Bavari riposino addirittura due dei 556 eletti che nel 1946-1947 scrissero e approvarono la Costituzione della neonata Repubblica Italiana, la carta fondamentale che fonda e innerva di saldi principi di libertà e di giustizia il nostro vivere civile.

Taviani lo hanno conosciuto abbastanza bene anche quelli della mia generazione. Si spense, all’improvviso, nel giugno 2001, a quasi 89 anni, dopo una lunga e operosa vita consacrata al servizio alla polis, allo studio e all’insegnamento. Impossibile non rammentare il suo sincero amore per Bavari, sua terra d’adozione.

Gaetano Barbareschi, al centro, tra Pietro Nenni (a sinistra) e Sandro Pertini (a destra), storici leader dell’antifascismo e del Partito Socialista Italiano

Non sono molti, invece, quelli che possono ricordarsi di Barbareschi, morto nel lontano 1963. La sua pure è una gran bella storia. Basti dire che, nato a Genova da famiglia operaia nel 1889, fu metalmeccanico, sindacalista, dirigente politico (nel PSI), membro del CLN ligure (subendo anche l’arresto e l’incarcerazione), giornalista, parlamentare e ministro del lavoro.

La sua numerosa famiglia, negli anni della guerra, sfollò a Bavari e qui trovò accoglienza e protezione. Per tale motivo Barbareschi restò legatissimo alla piccola comunità, che aveva dato aiuto e conforto ai suoi cari in frangenti tanto duri.

Fu figura carismatica del socialismo genovese e, per riconoscimento generale, uomo di grande rettitudine, capace, al tempo stesso, di forte idealismo e di saggio pragmatismo. Nella sua epoca, Gaetano Barbareschi è stato la vivente dimostrazione che in un regime democratico anche a un semplice operaio era data la possibilità di arrivare a ricoprire le massime cariche dello Stato. Oggi, forse, le cose non stanno più così.

Quelle rose rosse – il “fiore del partigiano” – ci hanno così dato lo spunto per rievocare un mondo scomparso e delle persone che oggi non sono più fra noi, ma del cui esempio di vita – e dell’ispirazione che da esso discende – abbiamo, ancora, uno straordinario bisogno.

ALESSANDRO MANGINI

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