Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Saturday July 20th 2019
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

«Mi, chi». La rivincita in un’umiliazione

Quante volte ci è capitato di dover chiedere scusa per un’azione che non avevamo commesso; sentivamo quanto fosse ingiusto tutto ciò ma per il quieto vivere e per la buona pace era necessario mortificarci.

Un grand’uomo genovese riuscì a ribaltare la situazione e trasformare l’umiliazione in rivincita. Sentite cosa capitò.

Nel 1684 la flotta francese di Luigi XIV, detto Re Sole, cannoneggiò la povera Genova impietosamente, con il solo scopo di indurre la Repubblica ad abbandonare l’alleanza spagnola per un accordo filo-francese. Ci furono morti, feriti, mutilati e case distrutte. Ancora oggi passando in certi vicoli del centro storico sui muri di alcuni caseggiati si trovano incastrati proiettili, risalenti  a  quei tempi,  grossi come palle da bowling. E fin qui l’antefatto.

Nel febbraio 1685 la Repubblica di Genova sigla la pace con il sovrano d’oltralpe. Una delle clausole è chiarissima. Il sovrano esige che il doge Francesco Imperiali Lercari vada alla reggia di Versailles per scusarsi con il potente sovrano.  Chiariamo un punto: noi siamo le vittime, attaccate a sorpresa ingiustamente e dobbiamo chiedere scusa? Ma quando mai?

Non si poteva dire di no a Luigi XIV per il bene della Repubblica. Un impedimento momentaneo blocca l’azione: il doge non può uscire dal proprio palazzo se non in eccezionali e ben specifiche occasioni; perfino per andare alla messa in San Lorenzo un passaggio privato soprelevato mette in comunicazione i due edifici.

Si prepara velocemente una delibera in cui il doge, accompagnato da Giannettino Garibaldo, Agostino Lomellini, Paride Salvago e Marcello Durazzo, varcherà le Alpi alla volta di Parigi. Arrivati alla reggia vengono portati a visitare il palazzo più splendido del tempo, i giardini rigogliosi e lussureggianti frutto di studi di architettura e botanica. Il luogo è affollato di cortigiani in abiti colorati in raso e seta. I nostri eroi invece indossano il magnifico velluto nero di Genova, stoffa tra le più preziose e pregiate in circolazione. Una macchia scura in una tavolozza di colori pastello.

Il forzato atto d’omaggio e di scuse dinanzi a Luigi XIV a Versailles cui fu costretta la delegazione genovese guidata dal Doge Francesco Lercari nel dipinto di un pittore francese dell’epoca

I genovesi percorrono la galleria degli specchi, studiata apposta per far sentire il visitatore come una presenza insignificante in tanta grandeur. Giungono nella sala del trono e finalmente l’incontro con Sua Maestà. Un veloce scambio di battute e due convenevoli tra un nugolo di cortigiani deciso a godersi l’umiliazione di quegli omini in nero. Benignamente il re domanda quale aspetto della magnificenza di Versailles abbia di più colpito il doge. Lercari si inchina ed in genovese risponde: «Mi, chi» ovvero: “Di trovarmici io”.

Un piccolo grande gesto che ribalta la situazione.  Pare che il sovrano sia rimasto stupito dalla risposta in dialetto e dal coraggio di Francesco. Essendo abituato all’adulazione e alla piaggeria più smodata, non era per le sue orecchie una risposta schietta e decisa piena di dignità ed orgoglio. Rimase affascinato dal nostro capo di Stato tanto da volerlo accanto per tutto il tempo ed intrattenendo l’ambasceria con feste e balli di ogni sorta.

Quando mi capita di chinare la testa obtorto collo penso sempre a Lercari e la cosa mi consola un po’… del resto mal comune, mezzo gaudio.

CATERINA DE FORNARI

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