Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Sunday January 24th 2021
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

I barconi dei migranti… Durazzo

Non passa giorno che non ci arrivino notizie di barconi di migranti che  tentando la fortuna  scappano da paesi martoriati in guerra, dalle persecuzioni politiche o semplicemente dalla povertà. Sperano di arrivare in Europa, trovare la terra di Bengodi; invece trovano disagi, ostacoli e muri che sorgono ai confini tra i vari Stati. Non voglio entrare in un discorso prettamente politico o disquisire su disuguaglianze e numeri da esodo biblico. Non sono un politico e non ho conoscenze tali da poter esprimere un giudizio.

Un deja vù però mi torna fresco alla mente. Ci troviamo nel porto di Genova , un bel mattino dell’anno 1387. Chi va, chi viene, le navi caricano e scaricano a pieno ritmo. Zena è la New York del Medio Evo, di qua prima o poi passano tutti. Da una nave malconcia scende una famiglia che mostra cenci e povertà dignitosa: marito, moglie e tre figli minorenni. Non hanno nemmeno un cognome o almeno nessuno lo ricorda o lo sa pronunciare. Per fare prima sono chiamati Durazzo – tanto sono albanesi – e magari proprio da lì vengono. Proprio come altri loro conterranei questi Durazzo cercano una nuova terra, sono in fuga dai turchi ottomani che scorrazzano nella  regione degli antenati; i nuovi arrivati sono cristiani e come tali vogliono vivere e professare la propria fede.

Il capostipite della famiglia si chiama Giorgio e pare che dopo l’imbarco su una galea siciliana – noleggiata per mettersi in salvo – un tradimento abbia trasformato quei passeggeri in schiavi, costretti a lavorare duramente per avere un passaggio nonostante avessero pagato un nolo salato per la fuga.

Sono stati  venduti al doge Antoniotto Adorno, che una volta a conoscenza della storia decide di liberare Giorgio Durazzo e i suoi parenti.  Due anni dopo, Giorgio protesta vivacemente con il governo genovese per il trattamento subito  a Messina, per le catene schiavili che gli sono state imposte da un mercante genovese, Manuele de Valente, e del fatto che la storia mai accertata sia stata presa per buona. Meno male che il doge Adorno è un uomo giusto e avveduto!

Comunque tutto è bene quel che finisce bene. Giorgio – ormai uomo libero – si sistema a Genova e nel giro di pochi anni, forse un suo nipote, Antonio Durazzo, apre un negozio di seta e merceria nella zona di Pietraminuta. Sono passati meno di cento anni dallo sbarco .

Nel 1528 i Durazzo sono iscritti nell’Albergo dei Grimaldi. Ormai sono nobili a tutti gli effetti e pure molto ricchi. Nel corso dei secoli daranno nove Dogi alla Repubblica di Genova.

Il Palazzo Reale di via Balbi, che ospita nei soggiorni genovesi il Re d’Italia e consorte, è appartenuto precedentemente ai Durazzo, che l’avevano fatto costruire con gran magnificenza.

Il doge Marcello Durazzo in un ritratto di A. Van Dyck

Ci sono stati  anche altri personaggi importanti per la città con il cognome Durazzo. Quello che mi è  più simpatico è Marcello Durazzo di Giovanni Luca (1710-1791) soprannominato Marcellino. Viene eletto Doge nel 1767. È ricchissimo e spende somme enormi come protettore delle belle arti e sotto il suo dogato viene restaurato il Palazzo Ducale, che poi sarà danneggiato nel 1777 da un incendio.

Adoro questo personaggio perché è legato alla mia infanzia. Quando ero piccola e facevo i capricci per avere qualcosa la mia lalla mi diceva: “Non ce l’ho il borsellino di Marcellino Durazzo!” sottintendendo così che solo l’enorme ricchezza di quel Doge poteva contentare i miei capricci e che sono lui – un Creso del XVIII secolo – avrebbe potuto permettersi tutto quello che gli capitava sotto mano.

Non ero l’unica a cui veniva detta questa frase. In fondo i bambini sono sempre bambini, XVIII secolo o XXI. Peccato però che certe espressioni tipicamente nostre siano andate perse.

CATERINA DE FORNARI

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