Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Thursday October 18th 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

A Bavari il rosso stinge, sinistra nostrana in via d’estinzione?

L’onore delle armi va sempre tributato al combattente sconfitto, quando questi abbia saputo lottare con tenacia e abnegazione. E la sinistra – non quella genovese, alla deriva e non da ieri, ma quella nostrana, strapaesana, bavarese – ha provato in tutti i modi, con le unghie e con i denti, a difendersi dall’irruenza monsonica del ciclone a 5 stelle. Ormai, però, la forza degli elementi sta avendo la meglio sulla vetustà e fa­tiscenza della sezione dell’ex partitone rosso.

Il Movimento pentastellato sta proiettandosi verso il 40%. Centrosinistra e sinistra-sinistra, insieme, supe­rano di un soffio il 33,5%, un terzo dell’elettorato. Non poi così malaccio, dirà qualcuno. Sicuro, è una per­centuale di gran lunga superiore a quella nazionale (ferma a un inglorioso 27%); ma Bavari è una località dove ancora una dozzina di anni fa l’alleanza larga di centrosinistra (l’Unione prodiana) schizzò a uno stu­pefacente 65%. Si sa, in politica un decennio è una risma di ere geologiche e dunque pensieri, parole, opere e omissioni del 2005-2006, visti dall’ottica del 2018, sono roba a dir poco giurassica.

Bavari e la più parte del suo circondario sono oggi una comunità battente bandiera a 5 stelle pure per un al­tro motivo: perché votano M5S le forze giovani e fresche del paese. I pentastellati sono il partito degli un­der 30 (nonché di molti dei cosiddetti “giovani adulti”, la fascia 30-50), mentre il Partito Democratico con i suoi corollari è sempre più il partito/coalizione degli over 60. Bettino Craxi, in pieni anni ’80, so­leva dire che i voti non soltanto si contano, ma si pesano. Tradotto: il voto dei ceti sociali più dinamici e in evoluzione ha maggior valore – politicamente parlando – rispetto al voto dei ceti immobili e apatici. Era una battuta (non disinteressata), che bene si applica alla situazione in essere.

Sebbene molti, durante la faticosa transizione dell’ultimo quarto di secolo, abbiano fatto finta di ignorarlo, gli steccati ideologici sono saltati. Se lustri addietro le urne restituivano l’immagine di una comunità netta­mente schierata a sinistra, con un radicato predominio socialcomunista e una presenza democristiana mi­noritaria (ancorché non insignificante), da un pezzo questa pagina di storia è stata consegnata agli archivi.

Forse, per spiegarlo a dovere, serve un disegnino. Nell’anno di grazia 2018 l’asse lungo il quale si distribui­sce il voto non è più quello “comunismo  – moderatismo” del secondo dopoguerra, e nemmeno quello “centrodestra (berlusconiani) – centrosinistra (antiberlusconiani)” tipico della Seconda Repubblica; l’asse politico dei giorni nostri è quello che ha “benessere” e “malessere” ai suoi estremi, con buona pace di qualsiasi dottrina politica o ricetta economica prefabbricata.

Una delle topiche clamorose del PD e della sinistra sui generis in campagna elettorale è stata quella di met­tersi a ululare al pericolo neofascista. Pericolo neofascista? Con Forza Nuova e CasaPound che, sommate, collezionano meno dell’1,5% su scala nazionale? Sono forse da considerarsi “fascismo” le istanze program­matiche di Fratelli d’Italia e Lega, soggetti che partecipano a pieno titolo al gioco democratico – spesso con responsabilità di governo ai diversi livelli amministrativi – da qualcosa come venticinque anni? Non scher­ziamo, qui se c’è un rischio è quello di essere giustamente querelati per diffamazione.

Il centrosinistra ha perso perché è stato percepito come “nemico del popolo”: questo è l’arido vero. Un cen­trosinistra prono al capitale, tracimante valori borghesi e sentimentalismi radical-chic (i cosiddetti miti di progresso, se falsi o no lo decida il lettore), non poteva che finire a distanza astronomica dal mondo fantozziano – ma terribilmente reale – del ceto medio im­poverito e del nuovo proletariato formato da lavoratori sottopagati, precari e disoccupati.

La sinistra nostrana ci ha provato sino alla fine a non colare a picco, con una “tigna” da ultimo degli spar­tani alle Termopili. è stata ulivista con Prodi, kennedyana con Veltroni, socialdemocratica all’emiliana con Bersani, liberista e fighetta con Renzi, forse adesso sarà ancora qualcos’altro, ma una cosa non lo è stata più, specie dal 2013 in avanti: popolare. Craxi aveva ragione. I voti si pesano. E in un simile caos questi son voti che pesano sempre meno. Senza contare che se un’area politica sta in piedi quasi unicamente per il voto degli “–anta”, la sua consistenza è destinata ad assottigliarsi di brutto, di volta in volta, per banalissime e spietate ragioni anagrafiche.

Difficile, difficilissimo per il PD rimettersi in piedi dopo questa caduta e recuperare il terreno perduto. Il passo di marcia dei 5 stelle è troppo lungo e ben disteso. Riprendere il dialogo con pezzi di società scottati da una crisi che la narrazione renziana voleva gabellare come trascorsa e superata sarà davvero la tredice­sima fatica di Ercole. Buona fortuna.

ALESSANDRO MANGINI

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