Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Thursday October 18th 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

I zeughi de ‘na votta (i giochi di una volta)

Il gioco del “pàmpano”

Parlando con mia suocera ascoltavo i suoi ricordi di bambina cresciuta a Dinegro a pochi passi dalla nostra casa. Mi raccontava delle amichette, delle bambole – poche e da pochi soldi – che avevano, dei giochi in cortile e per strada: i maschi tra loro e le bimbe per conto proprio.

Uscendo nel pomeriggio per commissioni mi sono resa conto che dalla mia generazione in poi queste rimembranze sono sparite. Andavo ai giardini pubblici con la mamma e giocavo sulle altalene o lo scivolo ma era un’occasione ogni tanto, una volta la settimana o giù di lì. Non si giocava fuori casa; se andava bene avevi nel palazzo una bambina quasi coetanea e si passavano i pomeriggi a casa di una o dell’altra ma niente di più. ‘Na votta se zeugava diversamente. Macchine poche,  i “celeri” solo nelle strade più frequentate, biciclette sì ma a Zena che fatica!

Per le bimbe il gioco classico era “facciamo finta che” … e via! Si giocava immaginando di essere mamme con le bambine/bambole di pezza e di stoffa. “La mia bambina è buonissima, non piange mai” “Alla mia quando piange caccio in bocca un fazzoletto!” .  Queste mammine erano proprio tremende! Altro che Montessori!

Ma all’aperto i giochi delle bambine erano un tantino diversi. Si giocava alle belle statuine, a rincorrersi, a palla, a nascondino (a volte con i maschi perché era gioco unisex). Il pampano o campana prevedeva uno spazio e un pezzetto di gesso, ma tutte le ragazzine ne avevano sempre un tocchettino nella tasca del grembiule .

Saltare la corda era il momento più bello per me. Si giocava da sole o in gruppo. Si saltava con una corda o due, a ritmo, in sincrono, in avanti e all’indietro. Le più temerarie saltavano anche incrociando le braccia. Ricordo di aver percorso tutto il parco di Nervi saltando la corda. E poi dalle foto tutti mi dicono: “Ma eri magra da bambina!”. Vorrei ben vedere con tutto l’esercizio fisico sotto forma di gioco. Eh sì , perché ai nostri tempi i bambini grassi erano proprio pochi e ancor meno al tempo dei nonni. Meno corsi sportivi e palestra ma più giochi all’aperto e merende salutari come ricetta miracolosa.

Per il gioco dei maschi mi sono dovuta documentare perché da figlia unica non mi era permesso bazzicare i maschi nemmeno per giocare. Mi hanno riferito che un gioco che ai miei tempi non si faceva più ma ai tempi dei nonni si praticava molto era la ziardoa, cioè la trottola. Era un oggetto di legno a forma di cono e con la punta di ferro o d’acciaio per i più ricchi a fare da perno. Vi si avvolgeva intorno uno “spaghetto” cioè un pezzetto di fune e poi doveva essere lanciata a tutta  velocità al massimo della forza. La trottola girava vorticosamente per alcuni minuti e il gioco consisteva nell’abbattere le trottole vicine. Più ne buttavi giù, più eri bravo. E la vittoria a mani basse era quella in cui oltre all’abbattimento si riusciva a spaccare i giocattoli altrui. Era anche una carognata perché la riparazione non si poteva fare: non c’erano le supercolle di oggi.

Poi c’era – sempre per i maschi – il gioco con le grette  cioè i tappi di metallo delle bottigliette di vetro. Si tracciava con gesso una pista con tornanti e curvoni e poi via con un simil Giro d’Italia o Tour di France a bicellate.  I produttori di bottigliette avevano capito l’antifona e sui tappi avevano messo stemmi di squadre di calcio, nomi di ciclisti e via dicendo, dando vita a un mercato infantile di scambio e baratto.

La pista con le “grette”

Quale bambino non aveva in tasca – sempre e comunque – il suo bel sacchetto di biglie? Ce ne erano di tutti i tipi: quelle di vetro più costose e ricercate o ricavate dalla bottiglietta della gassosa quando le grette non erano ancora in uso, quelle di terracotta e per i figli dei meccanici i cuscinetti a sfera. Anche lì una bella bicellata - un colpetto tra pollice e indice – e via. Quando si arrivava a metterla in buca si diceva: “In câ ghe l’ho”.

Mi direte: e il calcio?  I palloni di cuoio erano costosissimi e molto rari e quelli di plastica da pochi soldi sono spuntati negli anni Sessanta e Settanta. Le palle erano di carta o di stracci. Non era ancora di moda imitare Maradona o Messi. Si giocava sì con le giacchette per terra a fare da pali della porta ma era più roba da liceali che da ragazzini di elementari o medie. Perché allora il tempo dei giochi finiva presto e si andava a lavorare portando ancora i calzoni corti.

Chissà se da qualche parte organizzano eventi in cui si portano in piazza – letteralmente – i giochi di una volta. Sarebbe bello mettere insieme un torneo in cui nonni  e nipoti giocano insieme.

CATERINA DE FORNARI

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