Il giornale di Bavari e dei Bavaresi
Tuesday July 17th 2018
Blog on-line del supplemento ad AcliGenova "Il Dragobuono" magazine di attualità, politica, cultura, spiritualità edito dal Circolo A.C.L.I SanGiorgio di Bavari. Associazione laicale cristiana di promozione sociale (L.383/07-12-2000) fondata in Bavari come Società Operaia Cattolica di mutuo soccorso il 4 maggio 1913 Direzione,redazione,amministrazione: Via Benito Merlanti,3 - 16133 Genova-Bavari Recapiti telefonici:0103450785 - 0103450496 email: redazione@aclibavari.org C.F. 80101310102

Una botteguccia di tanto tempo fa: la ricevitoria del lotto

 

Il botteghino del lotto in una stampa antica

Più di quarant’anni fa la mia lalla mi portava con sé a spasso nei vicoli. Ci fermavamo tutte le settimane in vico Falamonica in un negozietto piccino picciò dove non si vendeva merce alcuna: era una ricevitoria del lotto. Fino a qualche anno fa c’era ancora; oggi sinceramente non ho il coraggio di controllare. Mi ricordo il bancone che mi sembrava altissimo e tutti  quei numerini esposti che mi ballavano davanti agli occhi. Ogni cifra un significato, un sogno, una speranza.

Molti credono che il gioco del lotto sia nato a Napoli. In realtà è zeneize come la fugassa e il pesto. La parola lotto deriva dal francese lot ovvero sorte, fortuna. A sua volta sembra derivare da lotir, cioè dividere la sorte e in merito troviamo il termine tedesco Hlent che si riferisce ad una pietra tirata in aria per risolvere una questione tra due parti in causa. La dea Fortuna avrebbe arriso a chi secondo lei aveva ragione.

I giochi d’azzardo sono sempre esistiti. Senza andare troppo lontano pensiamo a Dante che nella Divina Commedia cita il gioco della zara. A fine Medioevo era in voga a Milano il gioco detto Borsa di Avventura. Per estrazione venivano assegnate sette borse di diverso valore: 300, 100, 75, 50, 30, 25 e 20 ducati.  Con la somma di un ducato si poteva comprare un biglietto su cui scrivere il proprio nome e riporre il pezzetto di carta in un cestino di vimini. In un cestino del tutto simile al primo venivano inseriti un numero corrispondente di foglietti bianchi, tranne i sette con l’ammontare del premio. Quindi di pescava in contemporanea un biglietto con il nome e un biglietto dal cestino dei premi e l’abbinamento era bello che fatto: se la fortuna ti toccava, al tuo nome era abbinato il premio in ducati. Naturalmente le scommesse “pesanti” quelle da rovina finanziaria erano vietate in molti regni italiani e all’estero.

Nel 1617, il 29 aprile viene eletto doge a Genova il nobilissimo Gian Giacomo Imperiale. E dall’elezione della massima carica istituzionale genovese nasce il gioco del seminario poi diventato gioco del lotto. A cadenza semestrale cinque dei centoventi membri del Serenissimo collegio dovevano essere rinnovati grazie a un’estrazione, una lotteria. I nomi sono contenuti in un contenitore, ovvero un «seminario». Naturalmente c’era chi giocava – di nascosto – sui nomi che sarebbero usciti.

Visto che siamo zeneixi doc, perché non trarre profitto da questo divertimento? Perché non trasformarlo da una faccenda esclusivamente politica in un gioco lucroso? Nel 1643 lo Stato genovese regolamenta il gioco e per guadagnare maggiormente vengono aumentate le estrazioni e i numeri vanno da 1 a 90. C’è anche un buon fine in tutto questo. I numeri sono accoppiati al nome di fanciulle oneste ma bisognevoli di dote. Diventa il “lotto delle zitelle”: chi vince fa guadagnare  anche alle ragazze la dote per contrarre matrimonio. Il 23 settembre 1863 il lotto genovese passa al Regno d’Italia.

La mia lalla mi raccontava una storia di tanto tempo fa legata al gioco. Nel 1899 due cavalli del banchiere Quartara volarono giù dall’Acquasola. La cabala pronunciò la sua sentenza: 2, 5 e 90. Uscirono davvero e tutta Genova vinse. Dal Secolo XIX del 16 aprile 1899 leggiamo: «Tra i vincitori più fortunati si cita un carbonaio che avrebbe vinto 120mila lire; si parla di un carrettiere che guadagnò un terno, e che avuta la notizia della vincita fatta mentre guidava il suo carro, in via Portoria, in un delirio di gioia piantò in asso carro e cavallo, dandosi a correre come un forsennato. Di altre e altre vincite curiose si parla, che sarebbe lungo registrare».

Anche la mamma della mia lalla giocò quei numeri e vinse una discreta sommetta che le permise di aprire un’osteria e mantenere la famiglia una volta rimasta vedova giovane e con diversi figli piccoli a carico. A volte ci sono storie che hanno un lieto fine.

CATERINA DE FORNARI

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